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2 settembre 2012

Dalla famiglia al gruppo

Abbiamo avuto modo di parlare della famiglia in precedenti articoli, specialmente del ruolo che essa occupa nella formazione di molti tratti dell’identità personale.

In questo articolo, abbiamo, però, intenzione di soffermarci sugli effetti che i rapporti familiari producono nei figli quando questi ultimi si trovano a relazionarsi con amici e compagni, al di fuori delle dinamiche intra-familiari.

Nonostante si dica da anni che la famiglia è in crisi, riteniamo abbia ancora un ruolo fondamentale nel proporre figure che sappiano, o almeno vogliano, presentarsi quali modelli socializzanti per i giovani. Soltanto gli amici possono avere un rilievo uguale, per molti aspetti persino maggiore, a quello genitoriale, perché, con il procedere dell’età’, il giovane ha modo di estendere e variare le sue esperienze sociali.

Egli vive sempre più calato in situazioni extra-familiari; i cambiamenti fisici e personali che sono avvenuti in lui fanno sì che non si percepisca più come un ragazzo e desideri, in tal modo, una sempre crescente autonomia, che gli consentano di fare esperienze nuove, e provare infine la sensazione esaltante di essere libero.

L’inserimento nella scuola e nel gruppo dei pari influenza notevolmente lo sviluppo dei rapporti sociali dell’adolescente, perché in questo periodo il gruppo assume un ruolo sempre più importante. In esso il giovane ricerca uno status sociale fondato sulle proprie capacità, si fa più emancipato e partecipa alla vita comunitaria. Le amicizie si fanno più stabili e personali con l’intento di ottenere e offrire affetto, confidenza e garanzie di sicurezza.

In genere, gli adolescenti apparentemente preferiscono gruppi ampi piuttosto vasti, costituendo le cosiddette compagnie: gruppi di amici, maschie e femmine, che si radunano in luoghi preposti all’incontro quali punti di riferimento, per poi trasferirsi in massa in discoteca, al cinema o in un pub. In realtà, hanno invece la tendenza a ricercare pochi ma veri amici confidenti. E’ così che, nell’ambito delle compagnie stesse, si vengono a formare piccoli gruppi particolarmente affiatati di due o tre persone.

La ricerca dell’amico confidente, spesso vero modello d’identificazione, è dettata dal fatto che l’adolescente avverte l’esigenza di trovare una persona specchio, uguale a lui, con cui poter parlare di problemi personali e intimi. In effetti, ciò di cui non si vuol o non si può parlare in famiglia è oggetto di appassionata conversazione con l’amico.

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Nei gruppi allargati di adolescenti vigono norme e regole di comportamento ben precise e chiare, perché esse forniscono la base di un atteggiamento futuro decisamente importante per stare con gli altri: la capacità di conformarsi alla legge dei più.

A mano a mano che gli adolescenti si emancipano dagli adulti, essi tendono sempre più ad assumere i propri coetanei come schema di riferimento, perché con loro possono vivere rapporti pressoché sicuri. E sulla base della reciproca similitudine, ognuno di noi ha fondato a suo tempo, intorno ai tre anni di vita, le prime emozioni sociali.

Quel desiderio di partecipazione e uguaglianza, proprio di molti giovani, che può essere frustrato nel loro rapporto con gli adulti, trova, nel gruppo dei coetanei, una notevole fonte di soddisfacimento. Tra amici i ragazzi possono vivere liberamente molte esperienze sconosciute senza subire controlli e pressioni da parte degli adulti. Ecco che il gruppo fornisce l’acquisizione di uno status autonomo e di una identità, proponendosi come quadro di riferimento per il comportamento, non necessariamente alternativo o antitetico a quello offerto dalle autorità familiari.

Nel gruppo, l’adolescente soddisfa il proprio desiderio d’indipendenza e, nello stesso tempo, si procura una fonte di sicurezza e protezione che potrebbe venirgli a mancare conseguentemente all’abbandono di certi schemi di condotta proposti dalla famiglia e avvertiti, ormai, come inadeguati.

Tale garanzia di sicurezza deriva da un implicito conferimento di potere al gruppo di appartenenza, in base al quale quest’ultimo acquisisce il diritto di proporre al giovane nuove regole di condotta. Partecipando egli stesso a tale attività, egli afferma il suo diritto all’autodeterminazione senza rinunciare alla sua acquisita sfera di libertà.

Da quanto espresso, emerge con una certa chiarezza il valore che i rapporti intrafamiliari nascondono nel fornire all’adolescente la possibilità di scegliere il gruppo dei pari adatto al proprio sviluppo individuale. Dipende, in effetti, dallo stile affettivo familiare questa scelta ed è per questo sostanziale motivo che si tende, anche secondo la psicologia clinica, ad attribuire notevole importanza alle figure genitoriali.

Crescere in famiglia credendo di non essere quasi mai all’altezza delle situazioni che le sfide del mondo impongono, fa sì che il figlio scelga gruppi esterni alla famiglia che si presentano autoritari e forti, oppure blandi e deboli.

Vediamo, così, che uno stesso comportamento in famiglia può produrre scelte adolescenziali diametralmente opposte, perché alla base di tali scelte risiede, comunque, una struttura identitaria unica: l’insicurezza, che si può esprimere sotto forma di passività, con la formazione di “sensi di colpa”, oppure sotto forma di leadership aggressiva.

Ecco perché ancora oggi le questioni che riguardano la famiglia, la scuola e le agenzie informali di socializzazione (come gli oratori, le palestre, le associazioni, etc.), i luoghi privilegiati entro i quali avviene il consumo della propria adolescenza, si presentano attuali e richiederebbero una maggiore attenzione e discussione.

Alessandro Bertirotti

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