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24 settembre 2012

I reati contro la pubblica amministrazione: il peculato

Lo scandalo scoppiato presso la Regione Lazio ripropone con sorprendente puntualità l’emergenza nazionale dei reati commessi dalla c.d. “casta”.

Franco Fiorito, l’ex capogruppo del Pdl alla Regione Lazio e presidente della commissione Bilancio, è indagato dalla Procura di Roma per il reato di peculato; gli inquirenti, infatti, gli contestano il trasferimento di rilevanti somme di denaro dalle casse del partito a conti intestati a se stesso in istituti di credito spagnoli.

Il delitto contestato a Franco Fiorito è previsto e sanzionato  dall’art. 314 c.p. il quale punisce con la reclusione da tre a dieci anni il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio che, avendo per ragione del suo ufficio o servizio il possesso o comunque la disponibilità di denaro o di altra cosa mobile altrui, se ne appropria. E’ prevista, inoltre, una pena di minore entità (reclusione da sei mesi a tre anni) nel caso in cui il colpevole abbia agito al solo scopo di fare uso momentaneo della cosa, e questa, dopo l’uso momentaneo, è stata immediatamente restituita.

Si è in presenza di un reato proprio,  posto che soggetto attivo non può che essere un pubblico ufficiale o un incaricato di pubblico servizio, e plurioffensivo,  in quanto interesse tutelato dalla legge consiste non solo nella legalità e nell’efficienza dell’attività della pubblica amministrazione ma anche il suo  patrimonio e quello di terze persone.

Sotto il profilo oggettivo il comportamento illecito si perfeziona attraverso sia l’appropriazione che la distrazione dell’oggetto materiale in danno della pubblica amministrazione.

Nella prima ipotesi l’agente provvede a sottrarre denaro o una cosa mobile ponendoli contemporaneamente nella propria o altrui disponibilità; mentre nel caso di distrazione si configura qualora l’oggetto materiale del reato viene destinato dall’agente ad uno scopo diverso da quello originariamente  previsto.

Al fine di distinguere le due fattispecie deve farsi riferimento alla destinazione riservata al denaro o alla cosa mobile altrui; più precisamente, sussiste la distrazione del bene quando la predetta attività viene esercitata entro  la P.A. ma al fine di conseguire scopi estranei alle proprie finalità istituzionali. Di  contro si verificherà il peculato per appropriazione la condotta dell’agente che sottrae alla pubblica amministrazione quanto in suo possesso ponendolo sotto la sua o altrui disponibilità.

L’art. 314 c.p. al secondo comma definisce l’ulteriore caso del reato di peculato d’uso che, come si è visto, determina una responsabilità penale sicuramente inferiore rispetto ai casi precedentemente indicati in quanto finalizzata esclusivamente all’utilizzo temporaneo della cosa che sarà restituita immediatamente dopo l’uso.

Il reato in esame si consuma nel momento e nel luogo in cui l’agente si appropria della cosa  di cui in concreto si tratta; nella forma dell’appropriazione il peculato è imputabile a titolo di dolo generico, vale a dire nella coscienza e volontà di appropriarsi del bene materiale di proprietà della P.A. che il soggetto ha nel proprio possesso per ragioni derivanti dal proprio ufficio; diversamente,  nella forma della distrazione il dolo è specifico poiché consiste nella piena intenzione di invertire, per proprio o altrui profitto, l’indirizzo del denaro pubblico.

Deve precisarsi che non assume alcune rilevanze un eventuale errore del pubblico ufficiale in quanto la corretta destinazione del denaro appartenente alla P.A., seppur disposta da una norma amministrativa, deve ritenersi implicitamente disciplinata anche da quella penale con la conseguenza che l’attività del reo non si risolve in un errore sul fatto su una legge diversa da quella penale.

Si risponde per peculato continuato quando, in tempi diversi,  appropriandosi di somme proprie della cassa da lui gestita, viola l’obbligo di mantenere sempre a disposizione il denaro in suo possesso.

L’art. 317 bis c.p. prevede quale pena accessoria  l’interdizione perpetua dai pubblici uffici in caso di condanna e quella temporanea qualora operino le circostanze attenuanti con pena alla reclusione per un periodo inferiore ai tre anni.

Da questa breve disamina si può ben comprendere la gravità di una simile fattispecie illecita; a prescindere da come si concluderanno le indagini della magistratura romana, in un periodo di crisi feroce che sta pesando soprattutto sulle fasce più deboli della società italiana, appare francamente intollerante assistere impotenti a questa sequela di ruberie, corruzioni ed uso illegittimo di denaro pubblico da parte dei politici per soddisfare i propri lussi ed interessi personale.

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