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20 settembre 2012

Il crocifisso negli uffici pubblici

L’esposizione del crocifisso nei luoghi pubblici seguita ad essere un tema piuttosto avvertito nella coscienza civile del Paese divisa da una parte da spinte aconfessionali o comunque laiche, dall’altra dal maggioritario sentimento cristiano-cattolico.

La questione è stata oggetto di un lungo e controverso percorso giurisprudenziale. In una pare reso dal Consiglio di Stato del 1988 si deduce che il crocifisso, oltre ad assumere significato per i credenti, rappresenta il simbolo della civiltà e della cultura cristiana nella sua radice storica. Un simbolo, quindi, che fa parte del patrimonio storico del Paese.

Nel 2000, la Corte di Cassazione, tuttavia, partendo dal presupposto che il principio di laicità presuppone una pluralità di sistemi di senso e di valore con uguale dignità e nobiltà, chiarisce che i luoghi pubblici devono essere sottratti ad una sorta di competizione tra i diversi sistemi dovendo gli stessi restare neutrali (Cass. Pen. sent. n. 438/2000). Nel 2003 il Tribunale dell’Aquila, alla luce del superamento della religione cattolica quale religione di Stato, ritiene ormai inconsistenti le giustificazioni addotte per ritenere non in contrasto con la libertà di religione l’esposizione del crocifisso.

Nel 2005 e nel 2006 devono registrarsi due rilevanti pronunce dalla giurisprudenza amministrativa; nella prima si ribadisce che il crocifisso è sia simbolo religioso che simbolo storico-culturale (Tar Veneto di Venezia, sent. n. 1110/2005), nella seconda si introduce un principio nuovo e, per certi versi, innovativo: il crocifisso è simbolo di laicità, posto che notoriamente la religione cristiano-cattolica diffonde da sempre principi di tolleranza e libertà religiosa (Consiglio di Stato, sent. n. 556/2006).

Nel 2011 la Suprema Corte ha chiarito che in materia è indispensabile l’intervento del legislatore per porre fine a conflitti i quali potrebbero sorgere anche nel caso in cui venga rivendicata da diverse confessioni l’esposizione simultanea di più simboli religiosi. In particolare il Giudice di Legittimità  ritiene che è pur vero che ogni cittadino ha il diritto di veder rappresentati negli uffici pubblici il simbolo del proprio culto  – laicità per addizione -, ma deve ritenersi valido anche un modello di equiparazione verso il basso, la c.d. laicità per sottorazione (Cass. sent. n. 5924/2011).

Nell’iter giurisprudenziale testè sintetizzato non può non richiamarsi l’importante pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la quale ha ribaltato una sua precedente decisione di accoglimento di un ricorso presentato da un genitore di origine i finlandese residente in Italia che sosteneva come il crocifisso esposto in aula fosse un affronto alle sue convinzioni e violasse il diritto dei suoi figli che non professano la religione cattolica.

Secondo i giudici di Strasburgo non vi è stata violazione da parte dello Stato italiano dell’art. 2 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali con riguardo alla salvaguardia della pluralità in materia di istruzione (Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sent. del 18/03/2011) in quanto anche se il crocifisso è un simbolo religioso tale la sua presenza nelle aule scolastiche italiane non è associata ad un insegnamento obbligatorio del culto cristiano-cattolico. Il crocifisso apposto su una parte, inoltre, è semplicemente un simbolo passivo la cui influenza sugli alunni  non può essere paragonata ad un discorso didattico a alla partecipazione ad attività religiose.

Secondo la Corte, per di più, l’Italia garantisce ad altre religioni uno spazio scolastico aperto permettendo ad esempio ad alunni, insegnanti e operatori di portare simboli religiosi  o di indossare tenute a connotazione religiosa; è possibile, inoltre, organizzare l’insegnamento facoltativo, di culti acattolici, di festeggiare, ad esempio, in alcune scuole la fine del Ramandan.

Non sussistono, quindi, per la Corte elementi tali da indicare che le autorità siano intolleranti rispetto ad alunni appartenenti ad altre religioni o non credenti.

n conclusioni, pare condivisibile la tesi della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo secondo la quale il crocifisso esposto negli uffici pubblici svolge una funzione meramente passivo che non può in alcun modo essere paragonata ad una forma di indottrinamento religiose.

Le battaglie di laicità dovrebbero essere condotto su piani di maggiore sostanza e rilievo al fine di limitare il potere di influenza e pressione delle gerarchie ecclesiastiche negli organi cui la Costituzione assegna compiti legislativi e direttivi della politica nazionale.

Potere che si estrinseca  nelle indicazioni di voto, negli inviti all’astensione verso i propri fedeli, imponendo direttive vincolanti e minacciando “punizioni” nei confronti dei dissenzienti.

In gioco vi è non solo la laicità dello Stato, ma anche il principio di separazione degli ordini.

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