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14 ottobre 2012

Abbraccio da Facebook: cosi i Social Network di potenziano

No agli e-book
Abbraccio da Facebook

Abbraccio da Facebook

Un abbraccio da Facebook: cosi i Social Media modificano il nostro modo di rapportarci con gli altri, siano questi amici, conoscenti o, addirittura, perfetti sconosciuti.

Senza volermi unire al coro di quelli che si domandano polemicamente come si possa pensare di avere 1000-1500 “amici”, una questione è certa: Facebook e compari ci stanno abituando a un relazionarci che è un non-rapportarsi all’altro.

Perché ci danno l’impressione di essere protagonisti, al punto di reputare utile postare aggiornamenti sul progredire di una banale influenza invernale, oppure foto che mostrano qual era l’aspetto originario di ciò che è ormai poltiglia nel nostro stomaco. Ma a chi potrebbe interessare, se non forse, e dico solo forse, alla mamma? Perché ci insegnano che per comunicare non serve sforzarsi di formulare individualmente i propri pensieri ma basta condividere contenuti preconfezionati, spesso solo a scopo pubblicitario, pensando che questo possa mostrare quanto siamo simpatici o profondi. Un atteggiamento che può persino sfociare in una sorta di analfabetismo affettivo, ossia nell’incapacità di esprimere le proprie emozioni autonomamente, e che sicuramente ha come risultato una sorta di Grande Fratello, con una storyline, se possibile, anche peggiore.

Abbraccio da Facebook: Melissa Kit Chow ed piumino che risponde agli stimoli di FB

Non c’è quindi da stupirsi che qualcuno in giro per il mondo si stia muovendo nella direzione di incrementare le potenzialità di questi Social Network.

Una fra i tanti, Melissa Kit Chow; una studentessa del MIT che, assieme ai colleghi Andy Payne e Phil Seatonha, ha inventato un piumino capace di rispondere proprio agli stimoli di Facebook.

Soprannominato Like-a-hug (letteralmente “come un abbraccio”) consiste in un piumino senza maniche, esteticamente non molto accattivante aggiungerei, con la capacità di dilatarsi a comando dando la sensazione di un abbraccio. L’”intelligente” giubbotto, inoltre, non “abbraccia” casualmente, bensì, come dall’evidente l’ammiccamento al “like” di Facebook del soprannome, reagisce ogni qual volta qualcuno clicca sul tasto “mi piace”.

Che dire? Certamente la possibilità, come afferma la stessa Melissa Kit Chow, di “esplorare in che modo i social media possano spingersi oltre la tradizionale interfaccia grafica” ha del futuristico, o chissà, forse anche del profetico. Lascia intravedere un futuro nel quale il nostro relazionarci virtuale possa andare oltre la semplice tastiera del pc, unendo alla dimensione visiva anche la possibilità di sensazioni tattili. Qualcuno ne sarà entusiasta, qualcuno meno e a qualcuno non interesserà per nulla. Ma questo è normale. Ciò che di questa invenzione lascia perplessi non è tanto l’idea quanto la sua realizzazione.

Un abbraccio da Facebook lo si percepisce dall’aumento dei Mi Piace

Quotidianamente, infatti, inoltre sono 2,7 miliardi i “mi piace” inseriti su Facebook. Un gesto veloce, al limite del casuale, un click senza nessun tipo di riflessione e che, anche nei soggetti più consapevoli, suona al più come un “visto!”, oppure come un egocentrico “ci sono!”. Il dubbio che sorge, allora, non riguarda la dimensione fittizia degli “amici” di Facebook. Il punto è proprio che quel “like” non ha nulla a che fare né nella genesi né nelle intenzioni con un abbraccio. Non solo è un surrogato di dubbio gusto ma è comunicativamente anche una traduzione tattile sbagliata, senza parlare poi della realizzazione concreta che porterebbe a veder camminare per strada personaggi che si gonfiano e sgonfiano a comando!

Davvero vorremmo essere abbracciati, per di più a sopresa, da un goffo giaccotto senza maniche? Spingendo l’immagine al limite dell’analogia, e forse anche un po’ oltre, la possibilità di un surrogato di plastica capace di offrire una sensazione profondamente legata al relazionale ricoda vagamente l’idea delle bambole gonfiabili. Forse però bisognerebbe provare; magari l’immediata sensazione del Like-an-hug che si gonfia “a tradimento” è assolutamente confortante e confortevole; del resto, è scientificamente provato che la compressione su ampie zone del corpo provochi un rilascio di endorfine e quindi una sensazione di benessere. Passato quest’effetto fugace, però, molto probabilmente ci troveremmo, soli come prima, a fissare un freddo schermo del computer, sentendoci anche po’ ridicoli per la sensazione appena provata.

Un tentativo un po’ grossolano, in definitiva, molto lontano ancora dall’essere commercializzabile, il cui video promozionale è però sufficiente a ricordarci su quale terreno di fragilità affettiva si muovano i Social Network. Del resto, con o senza sensazioni tattili, il rischio che casuali “like” valgano a soddisfare il nostro bisogno di approvazione, inibendo una ricerca più profonda, è reale; e che possano persino diventare un dubbio surrogato del nostro desiderio di essere con l’altro pure.

Selene Parigi

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