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9 novembre 2012

Bando PRIN, Bazzicalupo;Un network per lo studio delle dinamiche di partecipazione

Prosegue lo speciale di Controcampus dedicato ai finanziamenti del bando Prin.

Terzo appuntamento con i coordinatori dei progetti premiati dal Miur.

I fondi sono stati stanziati dal ministero dell’Istruzione ed interessano vari progetti suddivisi in 14 aree disciplinari.

Tra le ricerche proposte dal campus di Fisciano, 4 di esse si sono aggiudicate l’ambito premio messo in palio dal Miur; coordinatori dei progetti, i docenti Bazzicalupo, Cascini, Di Nola, Guerra.

La terza persona con cui ci siamo messi in contatto è Laura Bazzicalupo (Dipartimento di Diritto Pubblico e Teoria e Storia delle Istituzioni); la professoressa è alla testa di un progetto denominato “Governamentalità biopolitica: inclusione e felicità. Genealogia storica e concettuale, sfide presenti e prospettive future di una politica per l’uomo e la società”.

Professoressa, su quali basi si sviluppa la sua ricerca?

Il contesto socio-politico sul quale si innesta la ricerca è l’assetto neoliberale delle società contemporanee, segnate dalla interdipendenza su più livelli (economico, giuridico e comunicativo) delle relazioni su scala globale dei processi di governance. Sulla scia di uno dei più grandi pensatori del Novecento, Michel Foucault, definiamo governamentali le tecnologie di potere che in queste società si affermano. Assistiamo oggi ad una trasformazione radicale del potere e di tutti i suoi dispositivi (dall’economia al diritto, alla medicina). In poche parole ad una concezione del potere che caratterizzava le società tradizionali, incentrata sulla repressione e sul disciplinamento delle persone, si alterna una visione che possiamo definire biopolitica incrementativa e produttiva, orientata cioè alla protezione e al benessere delle persone, al potenziamento delle loro capacità e delle proprie possibilità, centrando il proprio oggetto su criteri chiave come benessere, felicità e in senso più ampio “qualità della vita”. L’inclusione diventa la parola chiave delle soggettivazioni politiche nella società contemporanea, a differenza del meccanismo inclusivo/esclusivo che caratterizzava la società fondata sulla sovranità.

Ci faccia un esempio

La cittadinanza rappresentava un criterio distintivo tra quanti erano ammessi al godimento di diritti ad essa connessi, e perciò inclusi, e quanti invece, proprio perché non cittadini di un determinato stato, di una determinata nazione, non avevano accesso a quei diritti e quindi erano esclusi.

Come si realizza questo mutamento epocale?

Avviene non senza problemi e forti elementi di ambiguità. Ci sono, infatti, persone che per quanto potenzialmente incluse non hanno accesso alcuno alle forme della partecipazione, non sono in grado di far sentire la “propria voce”, restano per così dire sulla soglia, ai margini di una politica che riproducendo i meccanismi ormai inefficaci della rappresentanza, non è più adatta ad esprimere le forme plurali e mobili di soggettività mai definite una volta per tutte. Si tratta allo stesso tempo di individui che, apparentemente liberi, sono continuamente assoggettati a forme di potere più pervasive, persuasive e seducenti.

Alla luce di queste considerazioni, qual è dunque lo scopo del progetto?

Obiettivo specifico della ricerca è il tentativo di individuare quali forme di soggettivazione autonoma e politicamente critica, possano emergere in un quadro come quello che abbiamo appena accennato. In concreto sarà dedicata una particolare attenzione a tutte quelle domande di inclusione, relative all’immigrazione, al precariato, ma anche alle questioni di genere e alla salute e disabilità, che si presentano con modalità e istanze differenti rispetto alle modalità standardizzate della partecipazione e dell’inclusione nella logica del mercato.

Quali sono le caratteristiche che a suo parere hanno permesso a questo progetto di accedere al finanziamento previsto dal bando?

Il progetto nasce dalle relazioni intessute negli anni con una serie di Università che coprono l’intero territorio nazionale. Una rete molto ampia che vede coinvolti non solo filosofi della politica, ma anche storici delle dottrine politiche che si occuperanno della genealogia dei concetti messi a fuoco dalla ricerca, sociologi che indagheranno sulle implicazioni empiriche del problema, studiosi della comunicazione politica che si occuperanno delle tecnologie e dell’innovazione nell’ambito della comunicazione come luogo dell’inclusione, ma al contempo come dispositivo di potere diffuso e microfisico che gestisce e controlla il rischio e la sicurezza, e infine filosofi e sociologi del diritto che contribuiranno all’indagine sulle nuove forme di soggettivazione giuridica di cui parlavo poco fa. L’originalità del tema della governamentalità biopolitica è sta certamente un elemento significativo per l’interesse che il progetto ha suscitato.

Altri punti forti?

Un ulteriore punto di forza, confortato dal giudizio più che positivo dei referee in entrambe le fasi della valutazione, è la forte ricaduta sociale del progetto, infatti un compito e un obiettivo specifico delle singole unità di ricerca sarà quello di lavorare ad una mappatura delle dinamiche di inclusione ed esclusione mediante lo studio di casi empirici relativi ai territori di incidenza delle università e dei centri di ricerca coinvolti. Inoltre si organizzeranno seminari di studio e di dibattito con gruppi sociali emergenti al fine di evidenziare categorie di rappresentazione e partecipazione dal basso che possano risultare utili per una rielaborazione dei processi a livello teorico. In modo specifico poi saranno anche analizzate tutte quelle forme di soggettivazione giuridica (affirmative actions e class actions), oggi nuove e soggette a tentativi di regolazione giuridica, che possono fornire un contributo fertile all’oggetto della ricerca.

Chi ha collaborato al progetto?

Come ho appena detto il network che abbiamo messo in piedi è molto ampio e coinvolge Università e Istituti di grande prestigio. Se mi permette voglio nominare almeno i colleghi che hanno assunto l’onere di coordinare le varie unità di ricerca: Carlo Galli (Università di Bologna), Roberto Esposito (Istituto italiano di scienze umane di Firenze), Adriana Cavarero (Verona), Giovanni Fiaschi (Padova), Michele Nicoletti (Trento), Francesco Tuccari (Torino), Simona Forti (Piemonte Orientale), Roberto Gatti (Perugia), Antonella Besussi (Milano), Barbara Henry (Scuola Superiore S’Anna di Pisa), Annamaria Loche (Cagliari), Salvo Vaccaro (Palermo). Si tratta di studiosi affermati sia a livello nazionale che internazionale che da prospettive teoriche, spesso differenti ma complementari, hanno da tempo posto al centro della propria ricerca l’oggetto del nostro progetto.

Come giudica l’importanza di questo finanziamento per l’Università, in un contesto di crisi economica che tende spesso e volentieri a penalizzare istruzione e ricerca?

In questa fase in cui la ricerca, come lei dice a ragione, è fortemente penalizzata, il finanziamento ci dà un po’ di respiro: permette in primo luogo di portare avanti percorsi di ricerca già avviati insieme ad altri gruppi sul territorio nazionale e internazionale, ma anche di sviluppare un percorso molto innovativo sulla biopolitica che si accorda con gli obiettivi di ricerca approvati dal piano europeo. Una tematica in Italia ancora pilota, che in questi anni, nonostante le difficoltà, il gruppo salernitano da me diretto ha introdotto nel dibattito nazionale, mantenendola viva attraverso l’organizzazione di convegni internazionali. Credo francamente che il nostro Ateneo dia così un’eccellente prova della sua capacità di far rete, raccogliendo attorno a sé centri di studio di fama consolidata che si trovano presso Università prestigiose. La guida salernitana di un progetto di ricerca nazionale, in un settore generalmente fragile come è quello delle scienze politologiche, può essere di stimolo per giovani ricercatori e studenti che avranno occasione di contatti nazionali e internazionali.

Come già riscontrato in occasione delle precedenti interviste, ( 12 ) il finanziamento erogato dal Miur si conferma una bella boccata d’aria per la ricerca “made in UniSa”.

Se poi dovesse anche assumere i connotati di un “moltiplicatore di iniziative” (riprendendo una definizione cara a Leonardo Cascini), ecco che l’università di Salerno potrebbe realmente aspirare al ruolo di catalizzatore: un punto di riferimento in grado di “far rete” come auspica la professoressa Bazzicalupo, a livello nazionale e non.

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