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25 novembre 2012

Come attendersi le cose utili?

Nel 1992, Amos Tversky e Daniel Kahneman sviluppano la Teoria dell’Utilità Attesa, secondo la quale tutte le persone scelgono di assumersi un rischio valutando le potenziali perdite, mentre scelgono di evitare un rischio quando valutano i potenziali guadagni.

Secondo l’ottica dell’Antropologia della mente, è come dire che l’assunzione di un rischio si basa sulla consapevolezza di ciò che è avvenuto nel passato personale di ognuno, mentre l’evitamento di un rischio dipende da come ci si immagina di poter essere nel futuro.

Si tratta, dunque, di una teoria che evidenzia efficacemente il nostro modo di razionalizzare ciò che definiamo esperienza trascorsa ed esperienza futura all’insegna di una valutazione sulle cose e le azioni che accadono e possono accadere nella vita.

Sempre secondo questi due autori, la formazione di queste valutazioni mentali avviene seguendo due fondamentali processi elaborativi:

  1. Si cerca di semplificare il più possibile l’informazione. Per esempio, se dobbiamo decidere quale automobile comprare fra le molte che ci possono interessare, faremo in maniera di considerare solo alcune fra queste differenze, ossia quelle che secondo noi contano di più. Altrimenti, se dovessimo considerare il maggior numero possibile delle differenze fra le diverse auto, si giungerebbe a non prendere nessuna decisione. Infatti, la nostra mente è sempre indirizzata ad operare, nei confronti di se stessa e della realtà, secondo criteri di “risparmio energetico”.
  2. Si cerca l’opzione che pensiamo ci possa portare il maggior  vantaggio. Questa valutazione, sulla base della quale, alla fine, operiamo concretamente la nostra scelta, non ha a che fare con qualche cosa di universalmente condiviso. In altri termini, la mia decisione può anche sembrare agli altri come una scelta incomprensibile, perché si basa sull’insieme di valori personali che si attribuiscono alla scelta di quella cosa o situazione. Sempre riferendoci all’automobile del nostro esempio, è probabile che si scelga l’auto in base alla sua comodità, anche se il prezzo risulta essere decisamente più alto rispetto ad automobili simili, ma meno comode e più veloci.

Sempre sulla base di questa teoria, gli autori sostengono che le persone tendono a scegliere qualche cosa, ossia ad operare un distinguo preciso fra le cose o situazioni e persone, sulla base del cosiddetto effetto certezza. In sostanza, quando dobbiamo prendere una decisione attribuiamo maggiore importanza a quelle che prevedono esiti sicuri, eliminando il più possibile il grado di imponderabilità rispetto alla scelta stessa, perché il risultato certo conta molto di più rispetto alle ricompense previste.

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Inoltre, nella valutazione sul da farsi, cerchiamo sempre di avere un punto di riferimento presente nel passato della nostra vita, oppure facente parte del nostro presente, che prendiamo come termine di paragone. Ritornando all’esempio dell’automobile, il grado di comodità o scomodità che l’attuale auto che si possiede esprime, sarà alla base della mia decisione di comprare un auto che sia, prioritariamente, comoda, anche se più costosa.

Per concludere, la stessa teoria sostiene che la maggior parte delle persone è più disposta ad accettare di correre dei rischi per neutralizzare delle perdite, piuttosto che accettare dei rischi per ottenere dei guadagni.

In effetti, raccontare ai nostri simili il frutto di qualche scelta avventata, in nome della quale siamo andati incontro ad una situazione che non ha portato frutti positivi, mentre si è perso molto di quello che si possedeva in passato, è certamente una tecnica vincente quando vogliamo convincere qualcuno a scegliere nel modo migliore.

Ecco perché la conoscenza di questa teoria è particolarmente utile ai giovani, siano essi studenti che lavoratori: può aiutare a ragionare con attenzione per la soluzione migliore da adottare in vista del proprio futuro professionale ed esistenziale.

Alessandro Bertirotti

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