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7 novembre 2012

Ddl diffamazione: il giornalista non sarà interdetto alla prima condanna

Il ddl di riforma del reato di diffamazione a mezzo stampa arriva in Senato, dopo che la commissione giustizia ha approvato un’ulteriore riformulazione dell’emendamento Balboni Mugnai, passato alla quasi unanimità, sull’interdizione dalla professione come pena accessoria, a seguito di condanna per diffamazione. Contrari all’emendamento i senatori del Pd Casson e Vita.

Il 5 novembre durante la manifestazione di giornalisti, direttori e cittadini davanti al Pantheon a Roma contro la censura è stato lanciato un appello dalla Fnsi durante la giornata internazionale “Stand up for journalism”, cui si può aderire inviando una email al sito della Fnsi.

Durante il presidio al Pantheon, Franco Siddi – segretario generale della Federazione Nazionale della Stampa – ha detto: “Lo ripetiamo ancora una volta: sulla libertà di stampa, sul diritto di cronaca, sul diritto dei cittadini a essere informati non possiamo guardare in faccia nessuno e adottare atteggiamenti diversi a seconda di chi fa proposte restrittive. L’opposizione alle norme bavaglio della bozza di legge in discussione al Senato sulla diffamazione non è altro perciò che la prosecuzione di un’attività permanente e coerente a difesa della Costituzione, dei diritti di espressione e di informazione, con criteri di lealtà e di trasparenza. Cancellare il carcere dalle pene principali per i reati a mezzo stampa da una legge non in linea con i canoni delle democrazie avanzate e della giurisprudenza della Corte di Giustizia sui diritti umani è cosa giusta e doverosa. Scambiare questo possibile passaggio con norme bavaglio, già rigettate nei tentativi di intervento contro il diritto di cronaca in vari progetti di legge sulle intercettazioni, è insensato. Inaccettabile come allora“.

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Purtroppo accusare un giornalista di diffamazione, anche restando solo sul civile e non soltanto sul penale, può tramutarsi in uno strumento di autocensura soprattutto per i collaboratori esterni e i precari. Esemplificativo il caso della collega Amalia De Simone, giornalista napoletana a cui il quotidiano “Il Mattino” ha chiesto di pagare il 70% di una condanna per diffamazione. Mentre a Roma molti giornalisti manifestavano al Pantheon, a Napoli si teneva un dibattito nella sede dell’Ordine dei Giornalisti della Campania sul reato di diffamazione a mezzo stampa e Amalia De Simone ha raccontato la sua vicenda. Alla fine dell’incontro una delegazione del Coordinamento dei giornalisti precari della Campania, accompagnata dal presidente nazionale dell’Ordine dei giornalisti, Enzo Iacopino e dal presidente regionale, Ottavio Lucarelli, ha consegnato oltre cinquecento firme a Virman Cusenza, allora direttore del Mattino, per sostenere la ex collaboratrice del quotidiano di Caltagirone.

In una nota del Coordinamento dei giornalisti precari della Campania si legge: “Una richiesta ingiusta, in primo luogo perché la condanna a “Il Mattino” è scaturita da una mancata rettifica di cui la collaboratrice non ha colpe; in secondo luogo perché il gruppo editoriale dimentica il ruolo del direttore responsabile, deputato al controllo di ciò che viene pubblicato. La cifra chiesta ad Amalia ammonta a 52mila euro, che in base alle retribuzioni correnti per i collaboratori del quotidiano, equivalgono a 2.600 articoli e a 14 anni di lavoro“.

Alessandro Bertirotti

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