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15 dicembre 2012

Una famiglia perfetta, un nuovo natale all’italiana

Una commedia e i suoi commedianti, che però respirano e pensano al di là dei ruoli assegnati, e uno spettacolo in cui deve essere sempre buona la prima.

E’ questa la proposta di Paolo Genovese per un Natale che lascia i panettoni fuori dal cinema, e tenta di spingersi verso una comicità più raffinata, ardita e autoriale, che nonostante sbavature e imperfezioni, in questo caso convince eccome.

Ecco che Una famiglia perfetta ci dà modo di riflettere su tre fondamentali questioni riguardanti lo stato del nostro cinema pigro e sciatto, come l’Italia.

Tre pilastri da demolire.

Gli attori incastrati in stereotipi, facce da esigere, finali da copiare, emozioni da dover trasmettere.

Ecco che cade un pilastro.

Genovese e i suoi sceneggiatori decidono di lasciare che i personaggi esistano come tali e che come tali ben si differenzino dai predecessori ingessati di commediucce italiane al tempo di Natale, e dunque la navigata attrice teatrale che sa piangere e morire, piange e muore al momento giusto, il giovane attore che vuole entrare al GF perché cerca il colpo di fortuna per sopperire alla mancanza di talento si dimostra tutt’altro che creativamente sterile, i ragazzini tutt’altro che statici, e gli schizzi d’amore che s’intravedono in questo finto Natale tutt’altro che finti.

Pilastro numero uno abbattuto, al suo posto, un nuovo principio: non è scontato ma ci credi.

Comicità volgare, forzata, indotta estorcendola con elementi stonati, inopportuni, tetteculiparolacce, per intenderci.

Beh, pilastro numero due giù.

Qui comico è teatro che si incastra con il cinema. Attori che si interrogano sul senso del loro spettacolo mentre recitano una pièce teatrale di fronte ad un unico esigente spettatore, contro di loro solo loro stessi e imprevisti di vita vera. Tutto questo all’interno di un film.

Spettacolo domanda a spettacolo dello spettacolo. La comicità che si domanda come far ridere, come proporsi e riproporsi all’interno di un perenne dispositivo di finzione.

E infine, le emozioni.

Il pilastro numero tre va giù col disgelo di freddure forzate tipiche della commedia di Natale all’italiana.

Come, senza solo assistere, Genovese crei un meccanismo identificativo convincente e multisfaccettato che consenta una forte prossimità dello spettatore prima nei confronti della famiglia, poi della compagnia di attori, dell’unico spettatore, della seconda spettatrice incappata in maniera casuale nella rappresentazione.

Come, senza solo svelare, gli eventi divengano una storia surreale, fluida, leggera e spontanea, ricca di spunti che su vita e rappresentazione della stessa facciano, come cinema dovrebbe proporsi di fare, sempre riflettere.

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