• Google+
  • Commenta
7 ottobre 2013

Studiare medicina all’estero. Laurea Medicina in Romania: l’esperienza di Grazia D’Elia

Lo scoglio del numero chiuso ha fatto aguzzare l’ingegno a molti giovani, che si sono visti costretti a ripetere anche quattro volte il test d’ingresso in facoltà come quelle sanitarie.

Sono terminati pochi giorni fa i test per le facoltà sanitarie, quali quelli di Medicina. Ansie, paure, angosce e problemi si sono susseguiti. Una vera delusione la facoltà di medicina! – gridano i giovani aspiranti camici –

Ansie e sogni che si rincorrono in molte storie di aspiranti camici volati oltre confine, dove Medicina è meno amara. Come Grazia D’Elia, 25 anni di Caserta, studentessa al III anno di Medicina presso l’Università Vasile Goldis di Arad (Romania), che da qualche anno ospita una nutrita colonia di futuri medici, quasi tutti meridionali.

Rischia di diventare l’ultima moda in fatto di fuga dei cervelli: partire diplomati per tornare un giorno “dottori”. È la fuga degli aspiranti camici bianchi che  parte per studiare all’estero.

Ciao Grazia, raccontaci la tua storia. Perché studiare Medicina in Romania?

“La mia è una storia comunissima, di quelle ascoltate e riascoltate chissà quante volte e da chissà quante bocche. In buona sostanza ho scelto la Romania per lo stesso motivo che ha spinto qui centinaia di ragazzi italiani. Il famigerato test d’ammissione. Un test assurdo, che per me, dopo 2 anni di tentativi e soldi andati in fumo, era diventato un vero e proprio incubo. Ricordo ancora la prima volta che fui respinta alla selezione, all’Università di Napoli. Avevo trascorso praticamente tutto l’ultimo anno di liceo a concentrarmi sulla prova, compresa l’estate. Non è andata bene. Mi iscrissi a Biologia, sperando che sarebbe andata meglio l’anno successivo. Stesso copione, non c’ero riuscita neanche stavolta. Finii in depressione. Mi domandavo continuamente se ero fatta per la medicina, poi, quasi per caso, ho scoperto quest’opportunità. La Romania, un paese UE dove entrare a medicina sarebbe stato più semplice, non dovendo passare per il terno al lotto del test. Ne ho parlato con la mia famiglia, spiegando che ci sarebbe costata parecchio (sui 3700 euro all’anno, senza contare alloggio ecc), ma che alla fine avrei portato a casa una laurea assolutamente riconosciuta in tutta Europa. Non si sono persi d’animo, malgrado le perplessità di mio padre, preoccupato del mio ambientamento in un Paese per lui “pericoloso”, data la grossa criminalità ecc. Fortunatamente oggi si è ricreduto. Inizialmente avrei voluto fare un anno lì, per poi tornare in Italia. Poi mi sono decisa a restare. Quando sono arrivata qui, c’erano ancora pochissimi italiani. I primi tempi non sono stati affatto facili: mi mancava casa, e poi quel romeno che proprio non mi entrava nella testa. Ma c’erano la tv e i pacchi della nonna (pasta, pizza, dolci) a farmi sentire meno sola. Oggi parlo un buonissimo inglese (altrettanto il romeno, col quale ho fatto parecchio a cazzotti) e divido casa con 2 spagnoli, un calabrese e due cani: Paki e Rudi.”

Mai avuto dubbi sulla tua scelta di studiare medicina all’estero? Che differenza c’è tra studiare medicina in Romania e frequentare una facoltà italiana? Università di medicina romene, bulgare, ceche ecc hanno davvero una marcia in più?

“Mai, mi sono detta subito: se vuoi riprenderti il tuo sogno, non puoi aspettare che cambi il paese. Dovevo cambiare io, cambiare aria. Pensare alla Romania come una strada spianata è riduttivo ed ingiusto. Nessuno ti regala la laurea. Perfezionare la lingua non è affatto facile, in reparto si parla solo inglese o rumeno, e sei assorbito continuamente da corsi, laboratori, esami che non sono la passeggiata che si dice da noi. Soprattutto in Romania si fa quello che non si fa nelle nostre università: pratica. Qui dopo il III anno ti “buttano” in corsia, fai tirocini serratissimi, cambi medicazioni, entri in sala operatoria, assistiti ad operazioni delicate. Da noi l’insegnamento è terribilmente compassato. La formazione teorica è perfetta, tra le migliori al mondo, ma deve scontare l’handicap di una preparazione alla pratica clinica assai insufficiente. Il che è limitante e sconfortante, perché rende il mercato “ostile” ai nostri medici. Non solo.Qui le classi sono al massimo di una ventina di persone (ambiente ideale per studiare), i prof sono puntuali e preparatissimi.

Si fa l’appello ogni ora, come al liceo, e i confronti con i docenti sono più diretti e continui. Il clima è stimolante, ti fa sentire vivo, valorizzato”.

Tanti ragazzi, come te, scappano ogni anno dal test e dal numero chiuso. Cosa non va in Italia?

“Sento dire spesso che i laureati italiani in Romania e, in generale, all’estero  rubano il posto ai bravi laureati italiani. Premesso che sono italiana anch’io, ma la cosa mi fa sorridere. In Italia mancano i medici, dicono gli esperti di settore. Allora perché le nostra facoltà rimangono a numero chiuso? E soprattutto che senso ha la lotteria dei quiz? I test di ammissione non valutano adeguatamente né la preparazione né la predisposizione alla carriera medica. Non premiano il merito e nemmeno la capacità dei ragazzi, ma premiano spesso solo i furbi e i raccomandati, obbligando tutti gli altri a giocarsi il futuro in 100 minuti. Come si spiegano altrimenti i ricorsi e le polemiche che sempre accompagnano i test di ammissione? Poi magari cadi su domande di logica che è impossibile studiare o perché non sai dov’è morto il cugino di Napoleone. La logica dei test e del numero chiuso è chiara: si punta alla prestazione, basta superare la prova. Lo dimostrano i corsi di preparazione ai test, costosissimi, che fanno leva proprio su questa strategia, addestrando i ragazzi a mettere crocette senza capire. Il numero chiuso insomma, oltre ad esse in contraddizione con il diritto allo studio e con la Costituzione, perché uccide l’uguaglianza dei candidati, è profondamente iniquo e invalidante. Serve solo a spillare soldi alle famiglie, visto che ogni famiglia spende in media tra i 50 e i 100 euro a tentativo.”

Quale sarebbe per te la soluzione migliore?

“Io amo il mio Paese e mi addolora vederlo così in controtendenza rispetto ad un Europa che va, invece, nella direzione esattamente opposta. Penso alla Francia, dove la selezione è naturale. Il primo anno è aperto a tutti, poi chi sta a passo con gli esami è dentro sennò niente. Lì ti danno un anno per mettersi alla prova,non 100 minuti. L’Italia deve buttarsi alle spalle questa mentalità provincialotta e aprirsi al rinnovamento. La nostra è una generazione sfiduciata, ma come si può essere entusiasti di queste assurdità?”.

In collaborazione con Matteo Napoli

Google+
© Riproduzione Riservata