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4 luglio 2003

“ Not in my name…”: il dissenso studentesco riguardo l’intervento militare in Iraq.

Parte con la prima assemblea studentesca, il ciclo di conferenze nell’ateneo di Fisciano “Not in my name”, con le quali si cercherà di chiarificare i Parte con la prima assemblea studentesca, il ciclo di conferenze nell’ateneo di Fisciano “Not in my name”, con le quali si cercherà di chiarificare i percorsi politici e sociali che spingono gli Stati Uniti d’America a voler intervenire militarmente contro l’Iraq. Questo momento di aggregazione e discussione intorno alla tematica della guerra, tende a coadiuvare, da un lato, il bisogno di consapevolezza da parte degli studenti, di capire le dinamiche che muovono una potenza occidentale ad affrontare militarmente uno stato orientale, dall’altro lato, la necessità del singolo studente di urlare il suo disprezzo nei confronti di chi promuove tale brutalità.
Luca Anceschi, dottore in Scienze politiche, durante la conferenza si è preoccupato di delineare un excursus storico-politico dell’Iraq dalla dominazione ottomana a quella francese e inglese, fino al regime di Saddam Hussein. La conferenza si è poi sviluppata con un dibattito, in cui la voce dello studente si espressa con pieno dissenso circa un movimento militare, che oggi più di prima non ha in sé nessuna motivazione valida perché lo si realizzi. Sapere che alla base di un tale conflitto le tendenze politiche, ossia la lotta al terrorismo internazionale, sono piuttosto deboli rispetto alle ambizioni economiche, di certo più accattivanti, rende il tutto tremendamente incettabile.
Se a ciò si aggiunge l’appoggio, per ora solo morale, del presidente del consiglio italiano, Berlusconi e del primo ministro inglese Blair, i quali intenderanno certamente spartirsi il “lauto bottino” con Bush, sembra di vivere in un mondo in cui, i “superuomini”, facciano della pace e della convivenza etnica, solo un irrisorio optional!
Le manifestazioni studentesche e le prese di posizione da parte dei vari atenei universitari europei, hanno tanto il sapore dei movimenti degli anni 60-70, quando ad infervorare gli animi delle masse giovanili c’erano le contestazioni per la guerra in Vietnam. Ciò che stupisce, è che dopo trent’anni, i giovani debbano ancora unirsi sotto lo slogan “peace & love”per combattere, anche se solo moralmente, il demone della guerra che di tanto in tanto invade le menti eccelse degli uomini che gestiscono l’equilibrio mondiale.
Le conferenze continueranno nelle prossime settimane e cercheranno di raggruppare sempre un maggior numero di studenti, perché quella che oggi è una voce sottile e flebile, possa diventare un urlo comune;”No alla guerra!”.

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