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12 novembre 2003

Derby: Mancini batte Mancini

Il derby capitolino prometteva grande spettacolo e gol a grappoli, ma Roma e Lazio hanno, per buona parte del match, deluso le esigenti attese degli aIl derby capitolino prometteva grande spettacolo e gol a grappoli, ma Roma e Lazio hanno, per buona parte del match, deluso le esigenti attese degli amanti del calcio. Questo per merito dei due allenatori, i quali hanno schierato in campo le loro formazioni in modo da “non farsi male”. Le squadre in campo si sono annullate a vicenda e rarissime sono state le occasioni da gol da una parte e dall’altra. Soltanto a dieci minuti dal termine, quando il pubblico ormai cominciava ad abbandonare gli spalti reclamando il rimborso del biglietto, l’equilibrio è stato spezzato, da due prodezze, due capolavori, del nuovo “genio” del nostro calcio: Amantino Mancini. Il brasiliano, ex oggetto misterioso, ha messo a tacere tutti gli scettici sul suo conto, esibendosi prima, in un pregevolissimo colpo di tacco a mezza altezza che non ha lasciato scampo all’incolpevole Sereni e, poi, in una solitaria galoppata sulla sinistra culminata in un traversone millimetrico a favore di Emerson, per il quale è stato un gioco da ragazzi depositare il pallone in rete. Due a zero per la Roma, cosi è finita. Ma Mancini, il tecnico della Lazio, non può rimproverare nulla ai suoi ragazzi che si sono generosamente impegnati in una gara di grande sacrificio. Né tanto meno ha diritto di recriminare dicendo che, per i valori espressi in campo, il risultato più giusto sarebbe stato il pareggio e che la gara sia stata risolta soltanto da due episodi giunti in concomitanza con due disattenzioni del reparto difensivo biancoceleste. E non può farlo perché sapeva sin dall’inizio che la Roma annovera nelle sue fila tanti “fenomeni” che, da un momento all’altro, possono imprimere il loro marchio d’autore e, con una magia o un guizzo, possono cambiare le sorti di una partita. Ed era, oltretutto, prevedibile, oltre che umanamente comprensibile, che i difensori laziali, dopo un’intera gara di contenimento, negli ultimi minuti potessero abbassare la guardia e allentare le marcature. Era pertanto necessario, una volta giunti a quel punto dell’incontro, per portare a casa un punto prezioso, inserire tra i difensori delle forze fresche (magari Couto o Zauri), anziché un regista come Albertini, il cui ingresso in campo è stato un suicidio tattico, visto che la manovra laziale prevedeva lanci lunghi, dalla difesa o addirittura dal portiere, per la testa di Corradi, che appoggiava agli accorrenti Conceicao e Stankovic, chiamati ad esplodere il tiro dalla distanza. La manovra, in breve, non procedeva per linee orizzontali, per cui l’utilità tattica di Albertini è francamente opinabile. E anche l’ingresso in campo di Simone Inzaghi, il cosiddetto “cambio della disperazione”, per cercare di riacciuffare il risultato, ha contribuito a destabilizzare gli equilibri difensivi della squadra biancoceleste. La Lazio, infatti, si è sbilanciata in avanti alla ricerca del gol pareggio e ha lasciato una prateria libera, la zona sinistra del campo, alla Roma. Ed è stata puntualmente punita dal contropiede del Mancini romanista, che ha potuto avanzare, a lungo, indisturbato prima di regalare ad Emerson la gioia del gol che ha suggellato la vittoria e ha archiviato la “pratica- derby”. Più che una capitolazione della Lazio è stata una sconfitta del suo allenatore, che non ha saputo gestire tatticamente la partita. Il tecnico laziale, infatti, non ha cercato praticamente mai di vincere, tenendo a riposo Inzaghi e schierando una formazione prudente, attendista, rinunciataria; ha ridato fiducia ad un evanescente Conceicao e non ha saputo apportare gli opportuni accorgimenti tattici nel corso della partita. Il derby, in ultima analisi, ha rilanciato prepotentemente le quotazioni della Roma nella volata scudetto e ha ridimensionato di gran lunga le ambizioni della Lazio anche in campionato.
Riccardo Guerra

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