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28 novembre 2003

Pier Paolo Pasolini. Una disperata vitalità

“ Come in un film di Godard: solo
In una macchina che corre per le autostrade
Solo, “pilotando la sua Alfa Romeo”
in un sole irr“ Come in un film di Godard: solo
In una macchina che corre per le autostrade
Solo, “pilotando la sua Alfa Romeo”
in un sole irriferibile in rime
-il più bel sole dell’anno-
come in un film di Godard
sotto quel sole che si svenava unico,
al volante
per la strada di Fiumicino,
-sono come un gatto bruciato vivo,
pestato dal copertone di un autotreno
ma ancora con almeno sei
delle sue sette vite –
le guance cave sotto gli occhi abbattuti,
i capelli orrendamente diradati sul cranio
-un gatto che non crepa-
in immagini che nulla hanno a che fare
con la noia delle ore in fila…
Col lento risplendere a morte del pomeriggio… “
(da “Una disperata vitalità” P.P. Pasolini, dalla raccolta Poesia in forma di Rosa, 1964)

Solo, al volante della sua Alfa Romeo “GT” grigio metallizzato, Pier Paolo Pasolini gira per Roma in cerca di compagnia… Non è un film di Godard. E’ la notte fra sabato 1 e domenica 2 novembre 1975, sta per morire un Poeta/Profeta.
Profeta, certo, perché fa venire i brividi la lettura di questa poesia scritta nel 1964, undici anni prima di quella morte tragica, scabrosa, che quasi lo confonde con uno dei suoi personaggi. Così “pasoliniano” è anche Giuseppe Pelosi, “l’assassino”, ragazzo di borgata, magro, slanciato… E quei capelli ricci, sembra Riccetto di “Ragazzi di Vita” che è cresciuto, oppure Ettore di “Mamma Roma” con la sua vita di espedienti.
Sarebbe bello pensare che Giuseppe Pelosi sia un personaggio di inchiostro o celluloide, ma…
Ma non fu un autotreno a passare sul corpo di Pasolini, bensì la sua stessa auto, quell’Alfa sportiva di cui andava tanto fiero, guidata da Pelosi che solo, dopo l’omicidio, al volante sfreccia per la strada di Fiumicino. Quel che accadde realmente quella notte forse non lo sapremo mai, ma forse sappiamo quello che è accaduto dopo. Facili le ricostruzioni che vedono/vogliono l’intellettuale ricco e vizioso alla ricerca di avventure amorose tra i reietti delle periferie; sì, Pasolini che arriva con l’auto sportiva e paga il ragazzo davanti agli amici, suprema umiliazione della virilità borgatara! Un amore mercificato! Pasolini oppressore degli oppressi…
Ma nulla in tutto ciò è come potrebbe sembrare…
“E’ dannata alla solitudine la vita che mi hai data”, recita così “Supplica a mia madre”, una delle poesie più struggenti dedicate alla madre Susanna Colussi, unico “edipico” amore della sua vita. Già, perché l’unica verità è che la vita di Pier Paolo Pasolini, dopo l’ammissione della propria omosessualità, fu una vita di persecuzioni giudiziarie e soprattutto di solitudine. Solo con la sua poesia, solo, senza aver mai vissuto un grande amore, senza aver mai potuto dividere con nessuno il proprio letto. Fu questa solitudine, e non il vizio, a guidarlo quella notte verso Piazza dei Cinquecento, e poi verso l’Idroscalo di Ostia con uno di quei ragazzi di vita reificati, uscito dalle pagine “scabrose” dei suoi romanzi. Solitudine è forse questa l’unica realtà lontana anni luce da quella verità pruriginosa che agognava l’Italia ghiotta di pettegolezzi e di scandali, l’Italia della borghesia/ipocrisia che Pasolini tanto aveva detestato. La stessa Italia si è poi “fregiata” della sua morte, ha pianto lacrime di coccodrillo che hanno il peso di un autotreno su quel corpo già straziato…
Un omicidio simbolico perché, come scriveva lo stesso Pasolini, con la sua penna di corsaro e profeta, “la morte non è nel non poter comunicare, ma nel non poter più essere compresi”.
Roberta Paraggio

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