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24 gennaio 2004

Federico Fellini

A dieci anni esatti dalla sua morte, Federico Fellini resta forse il regista più amato al mondo, sia per gli addetti ai lavori che per la gente comuneA dieci anni esatti dalla sua morte, Federico Fellini resta forse il regista più amato al mondo, sia per gli addetti ai lavori che per la gente comune. Il suo modo di fare cinema ha dato luogo ad un aggettivo, “felliniano”, entrato di prepotenza nei vocabolari per evocare atmosfere sognanti, malinconiche e magiche allo stesso tempo. La sua grandezza sta nell’aver raccontato l’uomo come nessuno aveva mai fatto prima. Tutti i suoi film, infatti, sono un simbolico viaggio nell’interiorità, capaci di trasmettere le sensazioni, le speranze e le inquietudini tipiche di ogni essere umano, sempre con uno stile in bilico tra la realtà e l’immaginazione, il concreto e il metaforico. Nonostante il frequente ricorso a situazioni autobiografiche, l’atmosfera è così rarefatta e onirica che tutti vi si possono rispecchiare, recuperando emozioni e ricordi che sembravano svaniti. A sortire questo effetto hanno contribuito molto, però, le indimenticabili colonne sonore di Nino Rota, dolci e malinconiche, a volte unico filo conduttore di alcune delle sue opere.
Federico nasce a Rimini nel 1920, dove conduce un’adolescenza scioperata, la cui eco si riscontrerà più tardi nel film I vitelloni. Poco più che ventenne si trasferisce a Roma alla redazione del settimanale umoristico Marc’Aurelio e inizia la collaborazione a soggetti e sceneggiature di film, intensificata a partire dal 1945 dopo l’incontro con Roberto Rossellini (Roma, città aperta e Paisà ). Lavora anche per Alberto Lattuada e Pietro Germi, talvolta anche come aiuto regista. In questo modo viene a contatto con la corrente del Neorealismo italiano, a cui Fellini aderisce nei suoi primi lavori, abbandonandola sempre più col passare degli anni.
Il primo film da lui diretto come regista (Luci del varietà,1950), è prodotto in cooperazione con Lattuada. Da solo, invece, firma nel 1951 Lo sceicco bianco, acuta e divertente satira del mondo dei fotoromanzi, che tuttavia ha scarso successo. Il nome del regista ottiene poco dopo clamorosa fama con I vitelloni (1953). Dopo un episodio del film L’amore in città, Fellini realizza La strada (1954), film di alto impegno, che consacra anche la protagonista Giulietta Masina, moglie del regista. Minor successo riscuote Il bidone (1955), storia avventurosa e pittoresca di un gruppo di truffatori, mentre Le notti di Cabiria (1956) affronta il problema della prostituzione con singolare prospettiva umana e psicologica.
Dopo La dolce vita (1959), vasto affresco di costume, al regista si comincia a guardare anche fuori dall’Italia come ad uno dei capiscuola del cinema più moderno. La sua fama viene confermata da Le tentazioni del dottor Antonio (episodio di Boccaccio ’70), Otto e mezzo (1962), che ritrae i turbamenti e le inquietudini del regista, e da Giulietta degli spiriti (1965), in cui la sua vocazione per il magico e il fantastico, e insieme la concretezza di espressione dell’immagine, restituiscono in pieno la misura del suo talento, anche se il film appare esagerato nell’uso di metafore e simbolismi. A giudizi contrastanti si presta parimenti Fellini-Satyricon (1969), che trae spunto dal romanzo di Petronio: l’intento sembra solo in parte riuscito, nonostante alcune sequenze geniali; anche qui l’eccesso di figurativismo, quasi al limite del barocco, finisce talvolta per far perdere unità al racconto. Precedentemente (1968) realizza l’episodio di Tre passi nel delirio intitolato Toby Dammit, racconto tragico e allucinato tratto da Edgar Allan Poe.
Fellini torna a quella visione autobiografica della vita che contrassegna le sue prime opere con I clowns (1970), Roma (1972) e, soprattutto, Amarcord (1973). Quest’opera, che gli vale il suo quarto Premio Oscar, è un ampio ritratto di un’epoca, ambientato a Rimini ai tempi del fascismo e della giovinezza dell’autore. Considerato uno dei suoi migliori film, Amarcord , attraverso un linguaggio espressivo reso in chiave poetica, parla allo spettatore con sincera umanità, dove la satira si trasforma in malinconica contemplazione del passato.
Nel Casanova di Federico Fellini (1976) si mette a fuoco la tristezza del celebre avventuriero veneziano del Settecento, il suo faticoso farsi largo in un universo femminile che pretende che egli sia sempre all’altezza della sua fama. L’opera, accolta freddamente dalla critica, si è man mano affermata, oltre che per il sottile disegno psicologico, per la sua straordinaria fantasia visiva. In Prova d’orchestra (1979) critica aspramente la tendenza della società italiana a mettere in discussione ogni forma di autorità, come è ben simboleggiato dalla contestazione degli orchestrali verso il direttore.
Nella Città delle donne (1980), film irreale e visionario, frutto di una fantasia geniale, il paradossale viaggio del protagonista è stato interpretato come una riflessione critica sul femminismo più aggressivo e come un nostalgico ricordo della donna vista con gli occhi dell’adolescenza. Nel 1983 dirige E la nave va, una sobria e metaforica rappresentazione del percorso dell’umanità attraverso la storia. Ginger e Fred (1985) è una storia poetica di due anziani ballerini, ambientata in un volgare e alienante mondo televisivo.
All’Intervista Fellini affida i suoi sogni, i ricordi, le illusioni e le paure, ripercorrendo mezzo secolo di mondo del cinema in un continuo alternarsi di passato e presente. Il suo ultimo film è La voce della luna (1988), una sorta di incantato elogio della follia, ambientato nelle nebbie della sua amata Bassa Padana. Nel 1993 ottiene l’Oscar alla carriera. Muore lo stesso anno, nel giorno del suo settantatreesimo compleanno e del cinquantesimo anniversario di matrimonio. Poetico anche nel momento della morte.
Un ultimo accenno ai suoi personaggi. Interpretati spesso dai più grandi attori italiani (basti citare Alberto Sordi, Marcello Mastroianni e Peppino De Filippo) ma anche da gente comune incontrata per strada (le famose facce felliniane), essi vivono costantemente problemi morali che li portano a cercare conforto nei rapporti umani. Da qui nasce quella ricerca istintiva di calore e di comprensione che domina quasi tutti i tipi di relazioni, immersi come sono in una desolata solitudine interiore, che peraltro va facendosi sempre più amara col passare degli anni.
Paolo Langella

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