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11 febbraio 2004

Pier Paolo Pasolini: Una disperata vitalità

Come in un film di Godard:solo
In una macchina che corre per le autostrade
Solo, “pilotando la sua Alfa Romeo”
In un sole irriferibil
Come in un film di Godard:solo
In una macchina che corre per le autostrade
Solo, “pilotando la sua Alfa Romeo”
In un sole irriferibile in rime
_il più bel sole dell’anno_
come in un film di Godard
sotto quel sole che si svenava unico,
al volante
per la strada di Fiumicino,
-sono come un gatto bruciato vivo,
pestato dal copertone di un autotreno
ma ancora con almeno sei delle sue sette vite-
le guance cave sotto gli occhi abbattuti,
i capelli orrendamente diradati sul cranio
-un gatto che non crepa-
in immagini che nulla hanno a che fare
con la noia delle ore in fila…
col lento risplendere a morte del pomeriggio…

Da:P.P.Pasolini,Poesia in forma di rosa,1961/1964

Solo, al volante della sua Alfa Romeo “GT” grigio metallizzato, Pier Paolo Pasolini gira per Roma in cerca di compagnia…
Non è un film di Godard. E’ la notte fra sabato primo novembre e domenica due novembre 1975, sta per morire un Poeta/Profeta.
Profeta, certo, perché fa venire i brividi la lettura di questa poesia scrita nel 1964, undici anni prima di quella morte tragica,
scabrosa, che quasi lo confonde con uno dei suoi personaggi. Così “pasoliniano” è anche Giuseppe Pelosi, l’ “assassino”, il
ragazzo di borgata, magro, slanciato.. E quei capelli ricci, sembra Riccetto di Ragazzi di vita che è cresciuto, oppure
Ettore di Mamma Roma con la sua vita di espedienti..
Sarebbe bello pensare che Giuseppe Pelosi, la “rana” è un personaggio di inchiostro o celluloide, ma…
Ma non fù un autotreno a passare sul corpo di Pier Paolo Pasolini, bensì la sua stessa auto, quell’ Alfa sportiva di cui
tanto andava fiero, guidata da Pelosi che, solo, dopo l’omicidio, al volante sfreccia per la strada di Fiumicino.
Quel che accadde quella notte forse non lo sapremo mai, ma sappiamo quel che è accaduto dopo.
Facili le ricostruzioni che vedono e vogliono l’intellettuale ricco e vizioso alla ricerca di avventure amorose tra i
reietti delle borgate, si, Pasolini che arriva con l’ auto sportiva, e paga il ragazzo davanti agli amici, suprema
umiliazione della virilità borgatara! Un amore mercificato! Pasolini oppressore degli oppressi…
Ma nulla di tutto ciò è come potrebbe sembrare.
“E’ dannata alla solitudine la vita cha mi hai data” recita così una delle poesie più struggenti dedicata alla madre Susanna
Colussi,unico edipico amore della sua vita.
Già, perché l’ unica verità è che la vita di Pasolini, dopo l’ammissione della propria omosessualità fu una vita di
persecuzioni giudiziarie e soprattutto di solitudine. Solo con la sua poesia, solo, senza aver mai vissuto un grande amore,
senza aver mai potuto dividere con nessuno il proprio letto.
Fu questa solitudine e non il vizio a guidarli quela notte verso Piazza dei Cinquecento e poi verso l’ Idroscalo di Ostia
con uno di quei ragazzi di vita reificato, uscito dalle pagine “scabrose“ di uno dei suoi romanzi.
Solitudine è questa forse l’unica verità lontana anni luce da quella pruriginosa che agoniava l’ Italia ghiotta di
pettegolezzi e di scandali,l’ Italia della borghesia/ipocrisia che Pier Paolo tanto aveva detestato.
La stessa Italia si è poi “fregiata” della sua morte, ha pianto lacrime che hanno il peso di un autotreno su quel corpo già
straziato…
Un omicidio simbolico, perché come scriveva lo stesso Pasolini con la sua penna di corsaro e profeta, “LA MORTE NON E’ NEL NON POTER PIU’
COMUNICARE MA NEL NON POTER PIU’ ESSERE COMPRESI”.
Roberta Paraggio

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