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15 maggio 2004

“Gente di Dublino”, di James Joyce

Il momento in cui un semplice oggetto, un fatto usuale, un dettaglio irrilevante, improvvisamente s’impregna d’un significato profondo e impensato:
Il momento in cui un semplice oggetto, un fatto usuale, un dettaglio irrilevante, improvvisamente s’impregna d’un significato profondo e impensato: è quello in cui ci appare in tutta la sua miserabilità il nostro vivere… Ed è di un lento susseguirsi di questi momenti che si compone The Dubliners, romanzo pubblicato nel 1914 dal maestro del Modernismo James Joyce. Quindici brevi storie di ordinaria inettitudine, spogliate di ogni orpello romantico, intrise di scarno e minuzioso realismo, sono la cronaca di una paralisi senza confini, né spaziali, né temporali: la paralisi della volontà, dell’auto-realizzazione, del sentimento, del vivere, del pensare. Il complesso romanzo ci offre, sotto forma di un familiare diario ricco di superflue informazioni e dettagliate descrizioni, l’immagine chiara della condizione degli uomini in generale, dei protagonisti in particolare: avviliti, frustrati, delusi, che appaiono come silenziosi prigionieri dell’oppio della noia, dell’angoscia, dell’apatia, impantanati nel nulla dell’immobilità materiale e spirituale. Il sole sorge e tramonta lentamente, in modo spaventosamente banale nelle vite buie delle creature di Joyce, che disprezzando l’azione, restano bloccate nel grigiore del non agire. Ogni gesto, ogni parola, sorriso o lacrima, precipita nel baratro della più completa inutilità, sullo sfondo di una fredda metropoli post rivoluzione industriale. Niente è rilevante ma tutto è espressione della verità dell’essere, ogni situazione è nascosta ma è manifestazione dell’incapacità umana di colorare la propria esistenza in un vortice di apparente normalità. Capolavoro del grande romanziere irlandese, aperta denuncia all’essere moderno, finestra spalancata sul lacerato animo umano, The Dubliners è dunque un’opera eticamente straordinaria quanto unica nel suo genere.

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