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15 maggio 2004

L’ultimo samurai di Edward Zwick

Un po’ Balla coi lupi un po’ Braveheart, L’ultimo samurai non manca però di originalità e si fa apprezzare soprattutto per il ritmo con cui proced
Un po’ Balla coi lupi un po’ Braveheart, L’ultimo samurai non manca però di originalità e si fa apprezzare soprattutto per il ritmo con cui procede nella narrazione. Edward Zwick ci trasporta in un paese in piena rivoluzione sociale, il Giappone della metà dell’800, con i tralicci del telegrafo che si stagliano alti al di sopra delle baracche e dei risciò. Un paese in cui cominciano a farsi largo (purtroppo) nuove tecnologie di guerra come il celeberrimo fucile winchester. Il capitano Algren (Cruise), reduce dalle battaglie contro gli Indiani d’America, distrutto dal rimorso e dalla vergogna per aver commesso una strage di innocenti, ormai alcolizzato, viene ingaggiato dai consiglieri dell’Imperatore per addestrare l’esercito nipponico all’uso delle armi da fuoco e sconfiggere così i leggendari Samurai. Catturato e fatto prigioniero da questi guerrieri, finirà per comprendere ed apprezzare il loro semplice modo di vivere e la loro concezione dell’onore e dell’amicizia fino a schierarsi con loro e con il loro capo Katsumoto (Watanabe) contro l’esercito dell’Imperatore. La ricerca dell’onore perduto e l’amicizia fanno da motore trainante in questa storia, insieme alla volontà del protagonista di cambiare il proprio destino. Le ottime scene di guerra di massa e sopratutto le accuratissime coreografie di scontri corpo a corpo tra samurai armati di katana e soldati che imbracciano fucili, fanno da supporto ad una storia gradevole.
Gaetano Maiorino

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