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9 luglio 2004

Euro 2004. Vince la Grecia, perde il calcio

Dodici anni dopo il miracolo Danimarca, Cenerentola ritorna ad essere regina: la Grecia, infatti, contro ogni pronostico, vince, e meritatamente, gli Dodici anni dopo il miracolo Danimarca, Cenerentola ritorna ad essere regina: la Grecia, infatti, contro ogni pronostico, vince, e meritatamente, gli Europei di calcio. Saltando a piè pari trent’anni, un trentennio inaugurato dal calcio totale dell’Olanda di Cruyff, Otto Rehhagel, il tecnico tedesco della Grecia, guida la sua squadra alla vittoria, proponendo un gioco tanto catenacciaro e difensivista da far impallidire Trapattoni. Agli ellenici va sicuramente riconosciuto il merito di aver sopperito con sacrificio, agonismo e dedizione alla palese inferiorità tecnica; le altre squadre, intente in un civettuolo guardarsi allo specchio, non hanno saputo offrire null’altro che sprazzi di autocelebrazione.
Il Portogallo, ai confini dell’accettabilità, non è riuscito a venire a capo delle intemperanze dei “senatori” dello spogliatoio, e l’apparente risolutezza del c.t. Scolari, coraggioso nel ridimensionare i vari Rui Costa, Figo e Couto, si è dimostrata il tallone d’Achille di una squadra sospesa tra il nuovo e il vecchio, un vecchio a cui il tecnico si è poi riaggrappato disperatamente, quando ormai tutto era già compromesso. E a nulla è servito il fattore campo.
L’Olanda ha nel suo Dna il fallire le grandi occasioni. Gli Arancioni, a parte delle insindacabili singolarità, non hanno espresso un gioco spettacolare, ma nella mediocrità generalizzata sarebbe bastato un pizzico di fortuna in più per bissare, in modo oltremodo dimesso, il successo del 1988.
La Repubblica Ceca, data per favorita, si è dovuta piegare, in semifinale, al non gioco di Rehhagel, ribadendo, così, la superiorità dell’oggetto inamovibile sulla forza irresistibile. Ma irresistibile fino ad un certo punto: se è vero che in alcuni sprazzi i cechi hanno offerto uno spettacolo apprezzabile, va rimarcata una loro atavica dipendenza dalla giocata del singolo. Di singoli, è vero, ce ne erano in quantità (Nedved, Poborsky, Baros, Koller, Jankulovsky, Rosicky), ma nella sfortunata serata di Dragao nessuno è riuscito a far brillare la sua indubbia stella, in barba alle precedenti esibizioni.
La Francia conclude il biennio nero iniziato nei mondiali nippo-coreani: il ciclo, che aveva visto i “Galletti” sul gradino più alto del football mondiale e continentale, è volto al termine. Santini non è riuscito a rigenerare lo zoccolo duro transalpino, e Zidane e compagni sembrano le brutte copie di quelli delle notti magiche parigine del ’98.
L’Inghilterra, nonostante un campionato nazionale ai vertici quanto a spettacolo e professionalità, non ha saputo offrire altro che due oleografie: un triste Beckham che pensa più alle passerelle che ai calci di rigore, e uno splendido e giovane Rooney, da cui Eriksson (o chi lo sostituirà) dovrà ripartire.
Discorso simile per la Spagna, anch’essa ridimensionata rispetto ai livelli raggiunti dal suo calcio interno: gli Iberici, però, presentano solo tristi oleografie, tra cui spicca, in negativo, quella di Raul, che bissa il deludente campionato disputato col suo Real Madrid.
La Germania, seconda negli ultimi mondiali, propone ancora un calcio noioso e maleodorante di naftalina. Del resto i tedeschi facevano affidamento su Ballack e sul venerando Bobic e non potevano aspettarsi nulla di diverso. La sfida parte ora, perché la Federazione Tedesca organizzerà i prossimi mondiali del 2006 e, certamente, ci terrà a non sfigurare.
Veniamo, purtroppo, ai fatti di casa nostra. Come tutti auspicavamo, il filone demodé, iniziato con l’immolazione di Sacchi e la santificazione di Maldini, finisce. Finalmente la panchina più calda d’Italia viene occupata da qualcuno che è davvero espressione del nostro calcio e del nostro campionato, quel Marcello Lippi che ha rinverdito le gesta della Juventus e su cui si focalizzano tutte le speranze dei calciofili italici. Il canuto Trapattoni, vecchio artefice di vecchie vittorie in un calcio magari più romantico ma deceduto, viene scaricato dalla Carraro Band, pronta a recitare l’ennesimo mea culpa che le garantisce, presumibilmente, altri due anni di ossigeno. Ma per il buon “Giuvan” nulla è perduto: l’avventura riprende da dove l’avevamo lasciata, in Portogallo, alla guida di un Benfica che vuole liberarsi del suo complesso d’inferiorità nei confronti del Porto. Contenti loro………

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