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4 ottobre 2004

El Alamein, un film una battaglia

Il periodo è quello che va dal 23 ottobre al 1 novembre 1942, durante il quale l’Armata Italo-tedesca viene sbaragliata e costretta ad una ritirata umIl periodo è quello che va dal 23 ottobre al 1 novembre 1942, durante il quale l’Armata Italo-tedesca viene sbaragliata e costretta ad una ritirata umiliante: è la prima grande sconfitta dell’esercito tedesco, una delle svolte fondamentali della Seconda Guerra Mondiale. Accanto ai tedeschi nella lotta contro gli inglesi c’erano dunque anche gli italiani, un esercito di soldati male armati, ma valorosi, abbandonati a se stessi, straccioni ma pieni d’orgoglio, capaci comunque di eroismi contro un nemico troppo forte e un alleato che li disprezza.
Il film di Enzo Monteleone è prima di ogni altra cosa un film di guerra, un genere che, neorealismo a parte, il nostro cinema ha praticato poco, e quasi sempre nascondendo un vago imbarazzo dietro la commedia (infatti è dalla commedia che abbiamo avuto i film di guerra più umani, a partire da La grande guerra). Forse perché, da quando esiste il cinema, nelle grandi guerre siamo sempre stati dalla parte sbagliata, che significa, come minimo, dalla parte degli sconfitti. Ci troviamo di fronte ad un film minimalista e di trincea su ufficiali subalterni e soldati semplici, gente che beve acqua avanata e si lava con la sabbia, che salta per aria sulle mine degli inglesi e si ritira a piedi attraverso un deserto senza fine, verso linee difensive inesistenti, che, finiti i tre miracoli che ha a disposizione, muore, male, stringendo la mano di un compagno e fingendo di illudersi che sta tornando a casa. Erano fascisti? Chissà. Prima di tutto erano gente semplice, dai dialetti diversi, la carne da macello di tutte le guerre, come i nazisti di La croce di ferro di Peckinpah. Se vogliamo proprio andare a scovare le idee dell’autore sul fascismo, dobbiamo rintracciarle nei particolari, nei generali che invitano alla battaglia e fuggono in auto, in un camion pieno di lustro da scarpe per e parate invece che di viveri, nel cavallo di Mussolini per l’entrata trionfale ad Alessandria. Ma in questa guerra ormai perduta di poveri e disgraziati, l’ideologia conta ben poco e lascia il passo al genere, che Enzo Monteleone evidentemente conosce e ama. Infatti, se nella prima parte del film, che è ben girata ma troppo parlata, si lascia prendere la mano dal bisogno di raccontare i personaggi (forse per giustificarne l’umanità) e da un andamento solenne un po’ da Tv movie, negli ultimi 40 minuti fa un cinema essenziale, teso, accorato: la battaglia notturna, la ritirata, gli incontri, gli incidenti, i gesti di amicizia e di umanità, si susseguono senza bisogno di spiegazioni, con un ritmo fluido e naturale e un istintivo gusto narrativo.

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