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15 novembre 2004

Il braccio violento dei mass media

Numerose indagini condotte in america e in Europa hanno dimostrato lo stretto nesso esistente tra il proporre modelli di violenza ed il fenomeno di imNumerose indagini condotte in america e in Europa hanno dimostrato lo stretto nesso esistente tra il proporre modelli di violenza ed il fenomeno di imitazione di questi. E di violenza dai mass media ce ne arriva troppa. L’obiezione di alcuni è che i mass media si limitano a rispecchiare ciò che accade nella realtà. In parte ciò è vero. In parte ci sarebbe da chiedersi se le cose nella vita di tutti i giorni andrebbero diversamente agendo sui contenuti dei mass media. E’ senza dubbio possibile educare e portare gradualmente il fruitore tipo ad apprezzare contenuti incentrati su cooperazione, cultura, scambio costruttivo in luogo di sfida, violenza, sangue e soprusi. Troppe dimostrazioni che la forza fisica o psicologica sia l’unico modo per cavarsela in ogni situazione. Questo perché siamo abituati a concepire la vita come una gara. Il pareggio è fuori luogo. O si vince o si perde. Spesso senza esclusione di colpi. Sin da quando siamo bambini i mass media ci inculcano che i massimi valori da nutrire sono il coraggio, l’essere impavidi, determinati, diretti, decisi. Ci viene insegnato che la vita è una giungla. E nella giungla vince il più forte, il più scaltro, il più determinato.
Il problema più grande riguarda senza dubbio i bambini, che risultano più facilmente influenzabili. Al contempo anche gli adulti, sebbene più critici e disincantati, di fronte a ben condite forme di violenza non possono fare a meno di interiorizzarle, pensando che si tratti di modalità di comportamento accettate da tutti e quindi da replicare. Non mi riferisco solo a film dove vediamo stupri, sparatorie e scazzottate. Penso anche a tutti quei telegiornali e trasmissioni televisive che confondono deontologia con buon senso. Con la scusa di mostrare fatti di cronaca come sono accaduti, non esitano a mostrare dettagli e testimonianze di crudezza inaudita: sangue, lividi, droga, pistole e coltelli. Oppure fanno di tutto per mettere due parti una contro l’altra, sperando che si azzuffino. Condiscono il tutto con effetti scenografici e colonne sonore da thriller. Il punto è che la violenza paga. In termini di audience. Mantiene incollato il fruitore davanti allo schermo. E mentre la sua parte conscia è impegnata a decodificare il contenuto “forte” della violenza, molto probabilmente la sua parte “inconscia” sarà più vulnerabile alla pubblicità, spesso trasmessa anche a livelli semi-subliminali. Ci annoiamo guardando contenuti dove non c’è qualcuno che soffra e qualcuno che faccia soffrire. Questo molto probabilmente esorcizza le nostre paure, le nostre preoccupazioni per i piccoli problemi quotidiani. Vediamo gente che muore, ascoltiamo altri implorare perdono, riusciamo a sentire la sofferenza di qualcuno che prova dolore e disperazione. Ci sentiamo rassicurati pensando che noi in confronto stiamo meglio. In realtà il rovescio della medaglia è che senza rendercene conto interiorizziamo quei modelli e inconsciamente, in strada si arriva anche a pensare: “Peccato non avere una pistola…Saprei io come trattare quell’idiota che mi ha tagliato la strada.” Come migliorare questo stato di cose preoccupanti? Innanzi tutto con la consapevolezza. Dobbiamo prendere coscienza del perché siamo attratti dalla violenza. Dobbiamo imparare a non farci influenzare da essa. Dobbiamo considerare che esistono alternative mediatiche più preoccupate di suggerire modelli pacifici che di sparare contenuti forti, solo per “choccarci”. Aspettando che direttori di emettenti televisive, registi, produttori e politici non si decidano a bandire la violenza dai mass media possiamo almeno noi decidere a cosa sottoporre i nostri sensi.
Stefano Tassone PNL Practitioner

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