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15 novembre 2004

Nomadelfia. La legge della Fratellanza

Nella maremma toscana, a pochi chilometri da Grosseto, c’è un angolo di mondo dove sembra che il tempo si sia fermato a duemila anni fa, quando, dopo Nella maremma toscana, a pochi chilometri da Grosseto, c’è un angolo di mondo dove sembra che il tempo si sia fermato a duemila anni fa, quando, dopo la morte di Gesù di Nazareth, si formarono le prime comunità cristiane. Che siano cristiani o meno, tutti convengono sul fatto che i Vangeli, e gli insegnamenti del Nazareno, contengano una forte carica umana e sociale e siano portatori di valori etici incommensurabili. Ed è su questi che si fonda Nomadelfia (dal greco, legge della fratellanza), una comunità sul modello delle prime comunità cristiane. La sua Costituzione è basata sul Vangelo; non esiste proprietà privata, non esiste denaro. I nomadelfi, così si chiamano gli abitanti, sono agricoltori, operai, allevatori, insegnanti, e tutti lavorano per l’intera comunità, la quale si preoccupa, sotto la direzione di un gruppo di anziani e di un consiglio di amministrazione, dei bisogni, dei diritti e dei doveri di tutti. Nessun servo, nessun padrone, niente sfruttamento. Tutto ciò, all’apparenza, lascia pensare ad una forma sui generis di marxismo, cosa, del resto, citata nel preambolo della Proposta per una Nuova Civiltà, scritta da don Zeno e dai suoi primi seguaci. Ma, spingendosi oltre, liberandosi dai rigidi schemi tassonomici imposti dalla cultura post-moderna occidentale, l’osservatore esterno riscopre uno stile di vita molto antico, molto più vecchio di diverse dottrine filosofiche ed economiche. E’ la riscoperta del vero Cristianesimo, improntato sulla figura di un Qualcuno, figlio o non figlio di Dio, povero falegname, che decise di condividere tutto con un gruppo di persone umili, disagiate ed emarginate, opponendosi ai potenti e alle ingiustizie da loro perpetrate, fino a farsi uccidere per difendere un popolo che gli preferì un “terrorista ante-litteram” quando si trattò di scegliere chi risparmiare dalla crocifissione.
Nomadelfi non si nasce, ma si diventa per scelta libera: molti ragazzi, divenuti maggiorenni, abbandonano la comunità; coloro i quali vogliono entrarvi, devono superare un periodo di prova di tre anni. L’impatto, per chi è abituato allo stile di vita del mondo occidentale, è forte: tutti i valori, tutte le abitudini, tutti gli stili di vita cozzano contro la semplicità di queste persone. I loro occhi sono tinteggiati dal candore di chi non guarda al prossimo come un potenziale nemico a cui strappare qualcosa, ma come ad un fratello col quale poter condividere tutto. Non a caso il concetto di famiglia nomadelfa è davvero particolare: la famiglia, sic et sempliciter, è concepita secondo i normali canoni biologici; i gruppi familiari, invece, sono formati da più famiglie fino ad un numero di quindici membri. Condividono la cucina, la sala da pranzo e la lavanderia; ogni tre anni i gruppi familiari vengono smembrati e ricomposti, in modo da non sedimentarli, favorendo interazione ed aggregazione fra tutti. L’istruzione, obbligatoria fino ai 18 anni, è autogestita ed organizzata secondo uno schema non meritocratico che si fonda sulla conoscenza, l’apertura mentale e la partecipazione, una “cultura vivente” che tende alla fratellanza, germe necessario alla nascita di una nuova civiltà.
L’esperienza personale e la conoscenza diretta di Nomadelfia sono, però, necessarie per potersi calare al meglio in questa prospettiva che, probabilmente, non riuscirà a dare delle risposte ma che, come ogni vera proposta alternativa, susciterà delle domande. Chi è stato lì si sta ancora domandando “Ma sono pazzi loro o siamo pazzi noi?”.

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