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15 novembre 2004

Raccolti in Campus

Cari Æmici,
anche “Controcampus” è tornato dopo la pausa delle vacanze estive. Più saggi e selvaggi. Scampati dall’ennesimo bacio amaro, servito a coCari Æmici,
anche “Controcampus” è tornato dopo la pausa delle vacanze estive. Più saggi e selvaggi. Scampati dall’ennesimo bacio amaro, servito a colazione dalla prima “vecchia volpe” di turno, abbiamo rimandato il caffè, per prenderlo dolce, ora, con voi, senza tradirvi per l’astuta paura di restare soli. Come uno scoop appena arrivato in redazione, il vostro periodico è ritornato con una ventata nuova. Ed è forse lo stimolo nella pausa, fecondatrice di tentazioni, a far nascere le più argute novità. Le tentazioni ci sono, ed anche noi, che alle tentazioni non opponiamo una risoluta resistenza, abbiamo ceduto volentieri. Ci siamo spinti ben oltre le quarantaquattro pagine, non senza il desiderio di regalarvi ancora il piacere di una lettura vera “per quel che si dice” e, altrettanto autentica “ per ciò che altrimenti si sarebbe detto”. Innanzi tutto, “tanti auguri Controcampus” per i tuoi tre anni. Anni che hanno segnato un percorso, una strada sdrucciolevole, ma come nelle più antiche tradizioni contadine, nobile e genuina. La percorriamo oggi nelle sessanta pagine che per la nostra gioia avete tra le mani. Tante piccole righe, cori stridenti, voci di un cuore a volte un po’ aspro, suoni d’un insieme dove ogni singolo studente riesce a non perdere identità, diventando più forte. Abbiamo voluto proporvi una riflessione sulla società e sul suo turbamento. Ogni rapporto si pone in questi ultimi tempi una serie d’interrogativi, verso i quali le stesse risposte sono in crisi. Avvertiamo vivo e costante l’inquietante sbandamento che ogni uomo avverte di fronte all’apparente contrasto tra storia e cronaca.
“Chi ha mangiato allora la mela?” Forse questo non è, che un momento nel quale potersi misurare, non gli uni contro gli altri come in un duello all’ultimo “Ohio” ma tutti verso il passato per effetto di quella che è l’evoluzione, distinguendo i protagonisti dalle comparse, i frutti sani da quelli marci, la politica dal politichese, e soprattutto la donna, nella sua accezione più ampia, dalla femmina. Non basta manifestare il diritto d’appartenenza ad una categoria, ma quello di essere persona, cosa che allora dovremmo fare tutti noi, che crediamo in un diritto e futuro possibilmente migliori.

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