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22 giugno 2005

Nessuna pietà per Ulzana (Ulzana’s raid)

anno 1972;
regia di Robert Aldrich;
sceneggiatura di Alan Sharp;
fotografia di Joseph Bi

anno 1972;
regia di Robert Aldrich;
sceneggiatura di Alan Sharp;
fotografia di Joseph Biroc;
scenografia di John McCarthy;
musiche di Franck DeVol;
cast Burt Lancaster (McIntosh), Bruce Davison (Tenente DeBuin), Jorge
Luke (Ke-Ni-Tay), Richard Jaeckel (Sergente Burns), Joaquin
Martinez (Ulzana), Lloyd Bockner (Capitano Gates), Douglas
Watson (Maggiore Cartwright);
produzione Universal;
durata 103 minuti.

Un piccolo gruppo di guerrieri Apaches, guidati da Ulzana, fugge dalla riserva dell’Arizona. Il maggiore Cartwright invia una pattuglia, al comando dell’inesperto tenente DeBuin, con l’incarico di rintracciare gli indiani e riportarli indietro. Alla spedizione prendono parte anche lo scout McIntosh e la guida indiana Ke-Ni-Tay. Ulzana, intanto, uccide e depreda, trascinando i soldati al suo inseguimento. Impadronitosi dei cavalli degli Apaches, McIntosh suggerisce al tenente di dividersi per attirare Ulzana in un tranello. La manovra riesce, ma insieme agli Apaches perdono la vita anche molti soldati e lo stesso McIntosh.
«Lo sceneggiatore Sharp, Lancaster e io credevamo fermamente nel parallelo con il Vietnam», ha dichiarato Robert Aldrich. Nessuna pietà per Ulzana si muove, quindi, sul terreno minato della metafora cronachistica, cara a tanto cinema hollywoodiano di quel periodo. Ma, là dove quasi tutti sono riusciti solo a pasticciare con l’ideologia, Aldrich fa un film secco ed efficace, messo in scena in modo personale e dotato di un’autentica e autonoma vita cinematografica. Certo uno dei pochi western rispettabili degli anni Settanta. Dopo la divagazione giocosamente futile di I quattro del Texas (1963) e prima di chiudere il suo rapporto con il western tramite la parodia in chiave “yiddish” di Scusi dov’è il West? (1979), Aldrich torna sulle orme dei suoi esordi (L’ultimo Apache) e ne offre una versione molto più cruenta e disperata. Ulzana fugge dalla riserva solo per il bisogno di un po’ d’aria vitale («per avere nuovi odori nel naso», spiega Ke-Ni-Tay). I suoi uomini uccidono per impadronirsi della forza dei loro avversari: strappano il cuore al soldato che si è suicidato per non cadere nelle loro mani, torturano per due ore i coloni che riescono a catturare e traggono una loro incomprensibile forma di divertimento mettendo nella bocca di uno di questi la coda del suo cane. Sono “ombre rosse” certo più simili al Vietcong, che a quelle di fordiana memoria. Eppure Aldrich non cade nella trappola dell’odio e dell’amore. Presasi solo una piccola rivincita “liberal” nei confronti dell’ottusità del militarismo, facendo in modo che neppure un Apache venga ucciso dai soldati, assume invece il punto di vista di McIntosh, che al beneducato tenentino DeBuin, sconvolto al suo primo contatto con la violenza dice:«Odiare gli indiani sarebbe come odiare il deserto perché non c’è acqua». È proprio questa dimensione enigmatica e “naturale” del nemico che affascina Aldrich e lo spinge a mantenere per tutto il film un atteggiamento distaccato e neutrale nei confronti dei fatti. Mai cinico, però: anche quando la cinepresa inquadra gli effetti più crudeli della violenza. Il razionale pessimismo di Aldrich raggiunge il culmine proprio sulle rosse montagne dell’Arizona. Dove anche a un capo indiano sconfitto non resta che inginocchiarsi e farsi uccidere. O dove l’alter ego del regista, McIntosh, ferito a morte più dall’assurdità dei tempi in cui si trova a vivere che dalla pallottola che lo ha colpito quasi per caso, preferisce farsi abbandonare nel canyon: arrotola l’ultima sigaretta e reclina il capo sulla stupidità di un mondo che non sa capire come «la ragione non è mai da una parte sola».

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