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31 luglio 2005

Il fiume rosso

Anno 1851. Tom Dunson e il vecchio Groot incontrano sulla pista l’adolescente Matthew, scampato per miracolo al massacro indiano. Insieme si dedicanAnno 1851. Tom Dunson e il vecchio Groot incontrano sulla pista l’adolescente Matthew, scampato per miracolo al massacro indiano. Insieme si dedicano all’allevamento del bestiame nelle immense praterie del Texas. Quindici anni dopo decidono di vendere la loro mandria di diecimila bovini sui ricchi mercati del Missouri. Durante il lungo viaggio, il contrasto ideologico tra Matthew e Dunson diventa insanabile: il giovane assume la guida della carovana e la conduce verso il Kansas; spodestato, l’anziano giura di ucciderlo. La resa dei conti avviene ad Abilene, ma con l’intervento di una ragazza, Tess, la pace è fatta.
Il primo western di Howard Hawks, ha il respiro di una grande opera storica, ma racconta soprattutto un individuale itinerario etico-pedagogico. Già maestro della commedia e di molti altri generi cinematografici (il gangster con Scarface, l’azione con Gli avventurieri dell’aria, la guerra con Arcipelago in fiamme, il poliziesco con Il grande sonno), Hawks dimostra scarso interesse per le possibilità epiche contenute nel soggetto e nella sceneggiatura di Borden Chase. Quello che egli mette in scena, in un appassionante alternarsi di sequenze d’azione diurne e di pause riflessive in “notte americana”, è la storia del contrasto tra un padre (John Wayne) e un figlio (Montgomery Clift), sotto lo sguardo disincantato di un vecchio saggio (Walter Brennan). Ma questa volta lo fa dentro al genere western, cioè nel contesto di un ampio paesaggio, che è insieme lo spazio entro cui si definisce il comportamento dei protagonisti e la loro naturale proiezione metaforica. Il personaggio di Tom Dunson è complesso e ricco di chiaroscuri: egli sa vedere negli occhi dell’avversario quando è il momento di estrarre la pistola; ha un forte senso del dovere, che lo rende intollerante nei confronti di chi non agisce secondo i princípi della sua volontà; uccide gli indisciplinati, ma poi li seppellisce, leggendo sulla loro tomba un versetto della Bibbia, mentre una nube di passaggio oscura il sole. È un individualista testardo e patologicamente autoritario. Di fronte a lui, il giovane Matthew rivela una maturità sociale nettamente più spiccata. Lo scontro diventa così inevitabile. Ed è proprio dalle sue scintille che Hawks sa trarre le migliori occasioni spettacolari per un duplice processo educativo. Ferito nel suo orgoglio, Tom impara a proprie spese che una grande missione si può compiere solo insieme agli altri; mentre da lui Matthew apprende l’arte del comando e la consapevolezza che soprattutto la coerenza contraddistingue l’adulto dall’adolescente. Se di tragitto pedagogico si tratta, comunque, Hawks mostra ancora una volta di possedere la virtù di metterlo in scena senza pedanteria alcuna e con quell’assoluta evidenza che contraddistingue tutto il suo cinema migliore. Tra il cielo e la prateria, attraverso un viaggio lungo duemila chilometri, pertanto, il cinema western percorre una nuova tappa verso la conquista della propria età adulta. E quella compiuta da Il fiume rosso è certo una delle più serene e definitive.

anno 1949;
regia di Howard Hawks;
sceneggiatura di Borden Chase e Charles Schnee (dal racconto “The chishom trail” di Borden Chase);
fotografia di Russell Harlan;
scenografia di JohnDatu Arensma;
musiche di Dimitri Tiomkin;
con John Wayne (Tom Dunson), Montgomery Clift (Matthew Garth), Joanne Dru (Tess Millay), Walter Brennan (Groot Nadine), John Ireland (Cherry Valance), Harry Carey sr. (Dan Latimer);
prodotto dalla Monterey Productions-United Artists;
durata 125 minuti.

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