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20 luglio 2005

La morte di Paolo Seganti

La notizia è stata data un po’ in sordina: uno dei tanti orrori che riempiono le pagine di cronaca dei nostri quotidiani. Eppure il delitto di cui è sLa notizia è stata data un po’ in sordina: uno dei tanti orrori che riempiono le pagine di cronaca dei nostri quotidiani. Eppure il delitto di cui è stato vittima Paolo Seganti, un attore romano che aveva scelto di non nascondere la sua fede e il suo orientamento omosessuale è un episodio che scuote la coscienza. Dicono che i suoi carnefici lo abbiano letteralmente torturato prima di finirlo con il colpo che gli ha reciso l’arteria femorale. Gli abitanti del quartiere dicono anche di aver sentito i suoi urli: l’ultimo tentativo disperato di un uomo di salvare la sua vita. Lo hanno trovato morto, sfigurato dalle botte e senza vestiti, accanto ad alcune bottiglie vuote che probabilmente hanno trasformato l’odio, solitamente represso e controllato, dei suoi assassini, nella furia omicida che lo ha travolto.
Di fronte a un episodio come questo la comunità cristiana non può tacere e non può non interrogarsi sulle conseguenze che possono avere certi discorsi di condanna dell’omosessualità. Discorsi che rischiano, al di là delle intenzioni con cui sono pronunciati, di alimentare i motivi profondi di un’omofobia che può arrivare ad uccidere. Ed è per questo motivo che chiediamo ai responsabili della diocesi di Roma, che sono sempre stati così pronti nel presentare l’omosessualità come una minaccia, di condannare con chiarezza e senza equivoci la violenza omicida che ha torturato e che ha ucciso il povero Paolo Seganti.
Gianni Geraci

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