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2 agosto 2005

Ombre Rosse

Anno 1939;
regia di John Ford;
sceneggiatura di Dudley Nichols (dal racconto “Stage to Londsburg” di Ernest Haycox);
fotografia di Bert Glennon;
Anno 1939;
regia di John Ford;
sceneggiatura di Dudley Nichols (dal racconto “Stage to Londsburg” di Ernest Haycox);
fotografia di Bert Glennon;
scenografia di Alexander Toluboff;
musiche tratte da motivi popolari;
con John Wayne (Ringo Kid), Claire Trevor (Dallas), Thomas Mitchell (Dr. Josiah Boone), John Corradine (Hatfield), Andy Devine (Buck), Donald Meek (Samuel Peacock), Louise Platt (Lucy Mallory), Berton Churchill (Henry Gatewood), George Bancroft (sceriffo Curly Wilcox);
prodotto dalla W. Wagner-United Artists;
durata 97 minuti.

Sulla diligenza da Tonto a Londsburg viaggiano sei passeggeri, lo sceriffo e il postiglione. Devono attraversare il territorio invaso dagli Apache in guerra. Lungo la strada s’aggiunge un giovane fuorilegge che vuole vendicare la morte del padre e del fratello. Durante una sosta, il medico ubriacone e la prostituta aiutano la moglie dell’ufficiale a partorire una bambina. Attaccata dagli indiani, la diligenza è salvata all’ultimo minuto dall’arrivo della cavalleria. Compiuta la vendetta, il fuorilegge è lasciato libero dallo sceriffo di varcare la frontiera in compagnia della prostituta.
Il primo western parlato di John Ford si staglia sullo sfondo della Monument Valley (già valorizzata da GeorgeB. Seitz in The vanishing american, 1926) e ne fa il più mitico dei paesaggi western. Forse Ombre rosse non è, come pure è stato scritto, il più grande western di tutti i tempi e forse non è neppure il più bel film di Ford. Di sicuro, però, è un’opera cardine della storia del cinema americano. Su quella diligenza, attraverso un territorio denso di ostili premonizioni, viaggiano insieme il gusto per l’azione e l’introspezione psicologica, l’avventura e l’analisi dei caratteri, la tradizione eroica dei mitici eroi del West (Broncho Bill, Tom Mix, William Hart, Hary Carey) e la solidarietà umana di personaggi segnati dal destino. Quintessenza del western classico, Ombre rosse ne inaugura anche la stagione della piena maturità. Aderendo alla concezione essenzialmente claustrofobia delle sceneggiature di Dudley Nichols (già suo collaboratore in una decina di film, tra cui La pattuglia sperduta del 1934, Il traditore del 1935, Viaggio senza fine del 1940 e La croce di fuoco del 1947), John Ford sintetizza sullo schermo il suo eccezionale senso per le atmosfere e per l’essenzialità della costruzione narrativa. Il cinema di Ford si struttura drammaturgicamente sul modello di Shakespeare e attinge il proprio linguaggio direttamente dalla Bibbia: è subito comunicativo, ma sempre percorso dalla suggestione del non detto. Rappresenta il divenire storico e, nello stesso tempo, si propone come continuo approfondimento del problematico. Così è in tutti i suoi capolavori. Così è anche in Ombre rosse, il quale è film troppo noto per citarne le sequenze memorabili. La più emblematica dello stile di Ford è, comunque, quella che va dallo svenimento della donna incinta al primo piano di Claire Trevor con la bambina in braccio: in questa pagina di cinema dalla struttura teatrale, il ritmo narrativo, la scelta delle inquadrature, il fondamentale respiro del montaggio, il continuo mescolarsi dei toni, la precisione della recitazione degli attori condensano l’essenza del cinema di John Ford. Un vero capolavoro del genere western (e non solo), in cui, ad esempio, un’importante funzione narrativa assume la celebre panoramica laterale verso sinistra utilizzata dal regista quando gli indiani compaiono in primo piano all’improvviso grazie al movimento di macchina (con sottolineatura da parte del commento musicale) dopo un campo lunghissimo con la diligenza sul fondo; l’effetto sorpresa è molto più forte così che se l’autore avesse introdotto i pellerossa con un’inquadratura diversa accostata tramite montaggio. E infatti, tale stilema fu più volte riproposto in seguito da altri registi (come, ad esempio, in modo assai simile, fece Anthony Mann in Lo sperone nudo nel 1953).

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