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23 settembre 2005

“Cry Baby”, l’omaggio a Janis Joplin

Napoli rende omaggio a Janis Joplin. All’indimenticato mito femminile del
rock è dedicata, infatti, la piece teatrale “Cry Baby-L’ultima notte di

Napoli rende omaggio a Janis Joplin. All’indimenticato mito femminile del
rock è dedicata, infatti, la piece teatrale “Cry Baby-L’ultima notte di
Janis Joplin”, scritta dal giornalista e critico musicale Massimo Cotto, e
che andrà in scena al Palazzo delle Arti di Napoli domenica 25 settembre,
alle ore 21. Ingresso rigorosamente gratuito.

Una serata-evento voluta da Rachele Furfaro, Assessore alla Cultura del
Comune di Napoli, in occasione del 35° anniversario dalla scomparsa
dell’artista
americana. Scopo dello spettacolo è anche quello di avvicinare il maggior
numero di persone all’arte di Janis Joplin.

“Cry Baby – L’ultima notte di Janis Joplin” sta riscuotendo un enorme
successo in tutta Italia: è già stato presentato al “Pistoia Blues”, al
“Festival di Moon-tale” e ad “Astiteatro”. La data di Napoli sarà l’ultima
del tour, che riprenderà in febbraio (tra le repliche previste del prossimo
anno, quelle al “Teatro delle Erbe” di Milano).

Lo spettacolo ricostruisce l’ultima tragica notte di colei che viene
considerata la più grande voce blues nella storia del rock. Scritto da
Massimo Cotto, lo spettacolo è interpretato dalla giovane attrice Chiara
Buratti e da Andrea Gherpelli (nel ruolo di Dave, amico immaginario di
Janis) per la regia di Riccardo Di Torrebruna, con musiche dal vivo di Luca
Nesti e brani originali di Janis Joplin. “Cry Baby” mette in scena gli
ultimi tragici momenti della “donna che cantava con l’utero” (così veniva
definita la giovane cantante americana), quando in una stanza del Landmark
Motor Hotel di Hollywood la sua vita viene spezzata, a ventisette anni, da
una dose di eroina troppo pura. “Cry Baby” è l’ultima notte di Janis Joplin,
costretta a confrontarsi con la solitudine e il suo passato, gli amori
bisessuali e l’ansia di farsi accettare per ciò che era. Perchè Janis Joplin
non aveva nulla, era bruttina, sgraziata, senza radici, aveva solo quella
voce che usciva dalle viscere e si faceva rito, messa pagana, canto e
incanto. Nella stanza del Landmark Hotel Janis era da sola con Dave, una
proiezione di se stessa, l’amico che non ha mai avuto, la persona che le
avrebbe probabilmente salvato la vita se fosse esistito veramente. É a poche
ore dalla sua morte ma è convinta che per lei stia per nascere una nuova
vita.

Prima di bucarsi per l’ultima volta, Janis analizza la sua vita: il rapporto
tormentato con la sua città (“la mia prigione natale”), la famiglia, la
musica, la fama, le amicizie, le disillusioni, le umiliazioni subite, le sei
overdose, l’aborto, il folgorante incontro con Leonard Cohen, il dolore per
non essere mai stata capita. Assecondata da Dave, Janis attraversa gioia e
rimpianti, devastazioni e speranze. Poi si addormenta e sogna. Sogna la sua
morte. Esattamente come avverrà, due ore dopo. Ma lei non se ne cura. Perché
“è appena morto Jimi Hendrix e non si è mai visto che due rockstar muoiano
in meno di due mesi”. Perché “per tre anni mi sono infilata un ago nel
braccio ogni sei ore e se non sono morta è perché sono più forte io”. Muore
nell’unico momento in cui Dave non c’è, all’1 e 40. Muore per far nascere la
leggenda.

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