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29 settembre 2005

L’Europa non parla italiano

Nella Ue allargata a 25 Paesi, la lingua italiana continua a perdere terreno, mentre si conferma lo strapotere dell’inglese su tutto il Vecchio continNella Ue allargata a 25 Paesi, la lingua italiana continua a perdere terreno, mentre si conferma lo strapotere dell’inglese su tutto il Vecchio continente: soltanto il 2% della popolazione afferma di parlare la nostra come seconda lingua. Ma, soprattutto, è in Italia che si parlano pochissimo le lingue straniere. Compreso l’inglese. Siamo, insomma, il paese del “broken English”, l’inglese distorto e scorretto. E’ il bilancio non confortante che si può trarre dalla giornata Europea delle Lingue, chesi è svolta lo scorso 26 settembre. Ma vediamo qual è il panorama.
L’inglese superstar. Come risulta dal documento “Lingue in Europa” della Commissione Europea, l’inglese è la lingua più parlata nella Ue. Al 16% della popolazione di madrelingua inglese si aggiunge infatti un 31% di cittadini che la parla abbastanza bene da poter sostenere una conversazione. Complessivamente, l’89% degli europei (italiani compresi) apprende l’inglese come lingua seconda. A seguire il francese che è parlato dal 28% dei cittadini europei, di cui la metà lo studia come seconda lingua. Poi c’è il tedesco, che è la lingua madre del 24% della popolazione europea ed è parlato come seconda lingua dall’8% degli europei. Il 15% invece parla lo spagnolo (l’11% come lingua madre e il 4% come lingua straniera), mentre l’1% afferma di essere in grado di sostenere una conversazione in danese, olandese o svedese. L’italiano, benché percentualmente diffuso come il francese, scende al quarto posto in quanto solo il 2% dei cittadini europei lo studia come lingua seconda.
Le lingue a scuola. Ma per quante ore i ragazzi europei studiano in classe una lingua diversa dalla loro? Anche qui l’Italia non è ai primi posti. A leggere l’edizione 2005 delle “Cifre chiave dell’insegnamento delle lingue in Europa” (Eurydice/Commissione Europea) si disegna questa classifica basata sul numero annuale delle ore dedicato alle lingue straniere: 1 Polonia; 2 Repubblica Ceca; 3 Paesi Bassi; 4 Ungheria; 5 Spagna; 6 Francia, Malta, Germania, Grecia, Estonia, Slovacchia; 7 Belgio tedesco; 8 Italia, Lussemburgo, Austria, Lituania, Islanda; 9 Norvegia, Finlandia, Danimarca; 10 Belgio Francese/olandese;11 Slovenia, Lettonia; 12 Portogallo, Lichtenstein, Cipro, Svezia.
In Italia poco e male. Ma il problema di fondo non riguarda soltanto quante ore la scuola italiana intenda destinare all’insegnamento delle lingue piuttosto il “come” lo fa. Basta l’esempio dei Paesi nordici per fare un bilancio: non è un caso che i cittadini siano praticamente bilingui benché a scuola le ore di inglese settimanali ammontino a 2 o poco più. Ma quando gli studenti escono da scuola, trovano che i loro governi hanno predisposto strutture e risorse che sostengono ovunque l’applicazione e l’approfondimento linguistico: dalla tv, alle biblioteche, ai giornali.
Noi e l’Europa. Il Consiglio d’Europa ha deciso di istituire una Giornata Europea delle Lingue da celebrarsi ogni anno il 26 settembre. E la Commissione mette a disposizione di insegnanti e formatori linguistici una miriade di strumenti. Il rischio è, come per gli anni passati, che l’Italia perda anche questa occasione. Un esempio? Nel portale dedicato a questo dalla Commissione ogni Paese ha la possibilità di segnalare le attività programmate. Ecco l’elenco del 2004: Italia 9, Austria 52, Francia 22, Polonia 115, Lituania 117, Romania 41, Gran Bretagna e Irlanda del Nord 107.
La realtà si descrive da sola. E peggiora se si pensa che la Francia, ad esempio, nonostante tutte le accuse che le vengono rivolte di “sciovinismo linguistico”, si caratterizza per un numero di iniziative doppio rispetto all’Italia. Così come Gran Bretagna e Irlanda del Nord, tacciate di superbia linguistica, si distinguono invece per la loro apertura alle altre lingue. Del resto, la realtà è lì a ricordare che la città europea più multietnica è proprio Londra e che il Regno Unito nelle sue scuole “parla” almeno 300 lingue tra cui il Punjabi, il Bengali, il Mandarino, rappresentando la comunità plurilingue più vasta dell’Ue. La conclusione è inevitabile, e tira in ballo la colpevole miopia che, tutt’oggi, attanaglia le nostre Istituzioni, impermeabili ad ogni indicazione della Ue.
Infine i nuovi entrati: i dati mettono in risalto la volontà di grande recupero che i nuovi Paesi dell’Ue, come la Polonia, hanno attivato in ambito linguistico, ben consapevoli degli effetti economici negativi che il non-multilinguismo provoca sugli scambi commerciali e sociali.

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