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31 ottobre 2005

La confessione di un frate, l’Abbè Pierre

“L’Abbè Pierre, a 93anni, confessa di aver conosciuto la forza del desiderio sessuale”.
L’Abbè Pierre è una delle figure più carismatiche della d“L’Abbè Pierre, a 93anni, confessa di aver conosciuto la forza del desiderio sessuale”.
L’Abbè Pierre è una delle figure più carismatiche della dimostrazione cristiana, sacerdote francese è anche fondatore della comunità “Emmaus” che da anni si dedica agli esclusi dalla Francia dell”egalit”, poveri, clandestini, disoccupati, immigrati. Per nulla piegato dalla sua età né da decenni di battaglie civili, il frate (spesso scomodo per le autorità e il buon senso comune) torna a sfidare il Vaticano, questa volta non nell’ambito della denuncia sociale bensì per toccare tabù del nostro tempo e dogmi della fede: la sessualità e il matrimonio dei preti, il sacerdozio delle donne, le unioni omosessuali, il rinnovamento della Chiesa. Nel suo ultimo libro, di un centinaio di pagine, intitolato “Mon Dieu…pourquoi?” (edizione Pion) e redatto con il sociologo e filosofo Frederic Lenoir, uscito il 28 ottobre in quaranta Paesi, Henri Antoine Groue’s (vero nome dell’Abbè Pierre) confessa: “Per consacrare la vita a Dio ho fatto, quando ero ragazzo, voto di castità. Ma ciò non elimina il desiderio sessuale… al quale ho creduto spesso, anche se in maniera passeggera e pur non avendo mai avuto legami regolari, allo scopo di non lasciare che il desiderio mettesse le radici. Ho quindi conosciuto l’esperienza del desiderio e della sua rara soddisfazione – ha proseguito il frate cappuccino – ma questo appagamento fu una vera fonte di insoddisfazione, perché non mi sentivo vero. Ho capito che per essere pienamente soddisfatti, il desiderio sessuale ha bisogno di esprimersi in una relazione sentimentale, tenera e basata sulla fiducia… tale relazione mi è stata impedita dalla mia scelta di vita. Non potevo rendere delle donne infelici, ed essere me stesso conteso tra due scelte di vita inconciliabili”. Lo stesso riflette se sia vero o no che una relazione d’amore stabile è contraria alla missione del sacerdozio, e ricorda che “Gesù scelse un apostolo sposato, Pietro, e un apostolo celibe, Giovanni, e per due secoli venne mantenuta questa prassi nella Chiesa, prima che fosse imposto il celibato. Conosco preti che vivono con una donna da molti anni e che continuano ad essere dei buoni preti. Per la Chiesa è una questione cruciale ma in molte altre confessioni il matrimonio è permesso”.
Il religioso afferma inoltre di essere favorevole all’ordinazione al sacerdozio delle donne e al riconoscimento delle coppie omosessuali.
Per quanto riguarda il primo punto, lo stesso, critica Giovanni Paolo II e papa Benedetto XVI. “Non ho mai capito perché hanno affermato che la chiesa non ordinerà mai le donne. Una tale affermazione presuppone che questa pratica non sarebbe conforme alla sostanza stessa della fede cristiana. Il principale argomento portato a spiegazione di questo divieto è che Gesù non ha scelto delle donne tra i suoi apostoli. Un argomento che per me non ha nulla di teologico, piuttosto è di natura sociologica”.. L’Abbè Pierre attribuisce questa chiusura a una secolare tradizione maschilista, legata alla denominazione di un modello patriarcale che considera l’uomo superiore alla donna. Non regge nemmeno la tesi che Gesù fosse un uomo nell’incarnazione terrena e nel suo tempo: come divinità non può essere né uomo, né donna. Secondo la regola che lo spirito non è mai giovane abbastanza, il vecchio frate spazia anche sull’attualità culturale e cinematografica, commentando il “Codice da Vinci” e la teoria del rapporto fra Gesù e Maria Maddalena, considerata sacrilega dalla gerarchia.
Per quanto riguarda il secondo punto, ovvero, la questione delle unioni omosessuali, l’Abbiè Pierre si proclama favorevole preferendo parlare di “alleanza” piuttosto che di “matrimonio” a suo parere, “troppo radicato nella coscienza collettiva come unione tra uomo e donna”. Il frate non prende, invece, posizione sulla questione dei figli per le coppie omosessuali, questione da lui definita “di grande complessit” e che “non può essere affrontata con leggerezza”.
Questo suo ultimo lavoro editoriale si chiude con una riflessione che forse è la più trasgressiva e che a mio parere lo rende corretto e veritiero (aggettivi che, come ci insegna la storia, non sempre possono essere affrancati alla gerarchia ecclesiastica) nei confronti non solo della comunità cristiana, ma di tutti coloro che pregando un Dio pregano che via sia in terra una speranza e una giustizia uguale per tutti :”Mio Dio, fino a quando durerà questa tragedia? In tutte le religioni si dice che la vita ha un senso, ma quanti miliardi di uomini che vivono nella paura, nel bisogno, nel dolore non hanno nemmeno la possibilità di meditare su questo senso?”.
Elvira Marra.

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