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13 ottobre 2005

L’università protesta contro il ddl Moratti

Dal 10 al 15 ottobre la maggior parte delle università italiane si fermerà per protestare contro il DDL Moratti. Se il decreto di legge, che è già in Dal 10 al 15 ottobre la maggior parte delle università italiane si fermerà per protestare contro il DDL Moratti. Se il decreto di legge, che è già in calendario alla Camera per la fine di ottobre, dovesse essere approvato e quindi trasformato in legge, ci saranno molti cambiamenti in materia dello stato giuridico e del reclutamento dei professori universitari. I punti sui quali verte il decreto di legge sono essenzialmente tre e riguardano proprio il reclutamento dei docenti, sia ordinari che associati, il loro stato giuridico e trattamento economico e infine i contratti dei ricercatori. I punti del decreto nonostante siano validi, andrebbero bene in modello di società molto diverso da quello in cui si trova l’Italia in questo momento.
Reclutamento dei professori
I docenti, ordinari e associati, verranno reclutati attraverso concorsi nazionali distinti, a cadenza annuale. Il numero dei posti disponibili nei diversi settori sarà deciso dalle università stesse, in base al loro fabbisogno (per cui è garantita la relativa copertura finanziaria) incrementato di una quota per consentire un margine di flessibilità tra un concorso e l’altro. Gli incarichi a tempo determinato potranno avere una durata di 6 anni e saranno rinnovabili una sola volta. Questi contratti a termine potranno essere trasformati, anche prima della scadenza, in contratti a tempo indeterminato previa valutazione del docente in base a criteri definiti dalle Università e alla sua copertura finanziaria. Nessuno quindi garantisce che dopo anni di precariato i docenti potranno diventare professori a tempo indeterminato.
Stato giuridico e trattamento economico
Nel provvedimento viene ridisegnato il tema dei diritti e dei doveri dei docenti universitari, attualmente legato alle disposizioni dei primi anni Ottanta. In particolare, ferma restando la differenziazione delle due fasce di docenti, il ddl prevede che i professori universitari svolgano attività scientifiche per 350 ore l’anno, di cui 120 di attività didattica frontale. Ai docenti viene assicurato un trattamento di base pari a quello dell’attuale professore a tempo pieno. Ciascuno potrà poi stipulare con l’Ateneo appositi contratti integrativi di quello di base per lo svolgimento di ulteriori attività, il che significa che ci sarà una parte di stipendio fissa e una variabile relativa a ulteriori impegni e ai risultati conseguiti. Il provvedimento, infine, oltre ad abrogare la distinzione tra tempo pieno e tempo definito, prevede che il rapporto di lavoro dei docenti sia compatibile con lo svolgimento di attività professionali e di consulenza esterna, previa comunicazione all’università, sempre che ciò non rechi danno all’ateneo. In questo modo i docenti saranno portati a svolgere maggiormente l’attività privata, più lucrativa, e a mettere in secondo piano quella didattica, con peggioramento della qualità dell’insegnamento.
Contratti di ricerca
Per svolgere attività di ricerca e di didattica integrativa non si faranno più concorsi. Le università possono stipulare con i ricercatori contratti di collaborazione coordinata e continuativa (i cosiddetti co.co.co). Il trattamento di questi contratti è stabilito da ciascuna università nei limiti delle compatibilità di bilancio. Al termine dell’incarico l’attività svolta costituisce un titolo preferenziale nei concorsi per il pubblico impiego. Gli attuali ricercatori universitari manterranno i diritti acquisiti di stato giuridico e trattamento economico.
Tutte gli atenei italiane sono unite nell’opporsi a questa legge che se dovesse passare renderebbe la situazione disastrosa nel mondo dell’insegnamento universitario.
Maria Rosaria Stanzione

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