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26 ottobre 2005

Non bussare alla mia porta

Le menti che hanno sovrinteso Non bussare alla mia porta sono due: Wim Wenders e Sam Shepard. Il film ha indubbiamente un doppio cordone ombelicale coLe menti che hanno sovrinteso Non bussare alla mia porta sono due: Wim Wenders e Sam Shepard. Il film ha indubbiamente un doppio cordone ombelicale con Paris, Texas, che vide la prima collaborazione tra i succitati artisti: ancora una volta Wenders girava e Shepard scriveva il soggetto e recitava (sebbene in un piccolo ruolo). Non bussare alla mia porta riporta in auge la visione disgregata, distesa e familiare degli Stati Uniti visti dal filmmaker mitteleuropeo attraverso la penna del poliedrico Shepard (ricordiamo che vinse persino il Pulitzer con Il bambino sepolto).
Trama: attore riottoso e solitario, Howard Spence fugge da un set e va dalla mamma che non vede da lungo tempo; da quest’ultima scopre di essere padre e questa notizia lo spinge alla ricerca del figlio.
Come nel suddetto Paris, Texas, Wenders punta a scoperchiare un’America nella quale il “Dream” è al confine con la perdita del senso delle cose e nella quale gli spazi vasti vuoti che vengono affrontati diventano – parafrasando Borges – proiezione di se stessi e della propria interiorità somatizzata. La pars destruens è esemplificata dallo sperperamento di una vita all’insegna delle luci (i casinò) e delle avventure sessuali estemporanee (le ragazzine fan), mentre la pars construens consta di una silenziosa e sincera autoanalisi, fatta di una schiettezza che è tipica delle opere del regista di Düsseldorf.
Wenders continua a cercare nelle lande statunitensi e nei paesotti insignificanti una chiave di lettura del mito e il superamento del medesimo: in questo senso aver attribuito a un attore perdipiù del genere classico a stelle e strisce (il western) il ruolo di protagonista in fuga dà un messaggio tutt’altro che subliminale. Un’evasione da se stessi e dal sistema può essere una soluzione, ma alla fine la vita vanifica tutto e ci si ritrova a contatto coi propri doveri, per tanto chi si possa provare a scappare.
Shepard dà corpo a un vincente perdente in bilico tra il suscitare simpatia e antipatia insieme. Con lui si vedono Sarah Polley, Jessica Lange, la vecchissima Eva Marie Saint, l’altrettanto attempato George Kennedy, Fairuza Balk e Tim Roth. Franz Lustig ritrae le luci dei paesaggi, come sempre attanti veri e propri nei lungometraggi del regista, il superfedelissimo Peter Przygodda cura il montaggio e T-Bone Burnett supervisiona la colonna sonora, forse meno centrata di quanto ci si potrebbe attendere.
Qualche luogo comune relativo all’uomo che rimane bambino e che non ha il coraggio di crescere, qualche momento alla Wenders (lo svuotamento della casa del figlio tramite defenestramento degli oggetti e il conseguente bivaccamento indisturbato per strada) e le consuete riflessioni silenziose.
In sostanza: puro film-icona del proprio autore, Non bussare alla mia porta conserva il gusto del viaggio e della ricerca di sé tramite i luoghi che attraversano tutta la vita artistica del cineasta, mantenendo inalterate le contraddizioni insite nella sua filmografia. Grande senso del binomio Raum-Zeit, lo spazio-tempo, e una malinconia inconfodibile, ma anche la cocciuta esigenza di avere passaggi a vuoto, momenti votati all’irrisolutezza e intellettualismi che rischiano di gravare sul risultato, come sempre personale e a conti fatti affascinante.
Domiziano Pontone

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