• Google+
  • Commenta
14 novembre 2005

Al Foster in concerto: il leggendario batterista di Miles Davis alla Casa Del Jazz di Roma

“Aveva tutto ciò che un batterista potesse avere”, così Miles Davis definiva la grande maestria di Al Foster, geniale, essenziale, batterista di una“Aveva tutto ciò che un batterista potesse avere”, così Miles Davis definiva la grande maestria di Al Foster, geniale, essenziale, batterista di una generazione che nel jazz ha trovato la salvezza, ma anche la disperazione.”
Al Foster è ormai una leggenda, una bellissima storia da raccontare, un’icona per i batteristi e per i musicisti di tutto il mondo. Lo scorso martedì 18 ottobre, in un meraviglioso angolo seicentesco della capitale, in compagnia della sua ormai classica e nota band “Al Foster Quartet”, il grande maestro si è esibito di fronte al pubblico nell’Auditorium della Casa del Jazz.
Accompagnato da un poderoso gruppo che vede Eli De Gibri – sax tenore, Kevin Hays – pianoforte
Doug Weiss – contrabbasso, l’artista di Richmond ha suonato sulle note di “Brandyn” da cui l’omonimo album pubblicato nel 1997, “Chief”, una indimenticabile “Amsterdam blues” e tante altre emozionanti vibrazioni.
L’interplay della band era il tratto distintivo del concerto, in pieno spettacolo, ogni sguardo diveniva partitura, ogni indugio una pausa, pur essendo il secondo, consecutivo show della serata.
L’auditorium della Casa del Jazz, nata dalla confisca della Villa appartenuta al boss della banda della Magliana E. Nicoletti e, successivamente, assegnata al Comune di Roma si commuove quando le spazzole suonano su “Dig Watermelon Man” un pezzo suonato nel 1991 proprio con Miles Davis a Parigi, nel live Testamento del grande trombettista.“Era un uomo speciale, buono, oltre ad essere un musicista straordinario era una bravissima persona. Se io dovessi ricordarlo in un modo, sceglierei, prima del musicista, l’uomo, Miles come era nella sua vita quotidiana” mi dice a concerto concluso.
Il ventennio trascorso al fianco di Davis fu fondamentale per la crescita artistica e specialmente umana di Al Foster, quanto lo furono gli incontri con Marcus Miller, Herbie Hancock, Bill Evans, Chick Corea, Thelonious Monk, Freddie Hubbard, e Joe Henderson.
Pensavo a tutto ciò mentre ascoltavo, o meglio, guardavo il concerto.
Osservavo il sorriso di Al Foster, che a tratti si incupiva, sentivo le “blue notes” scivolarmi addosso.
Lo stesso era per quelle centinaia di persone che immobili in silenzio, apprezzavano i suoni e le architetture che il quartetto disegnava. In certi momenti la tensione musicale si faceva insopportabile, dinamiche forti si alternavano a noti fantasma.
Mi sentii spinto ad alzarmi dalla calda e comoda poltrona per vedere meglio, volevo catturare ogni segno del viso ormai scavato dai suoi 67 anni, quei movimenti così sicuri di enormi mani che non contraddistinguono più un certo tipo di uomo moderno.
La disgrazia nelle forti emozioni sta nell’ abolizione del tempo che scorre. Così il concerto, durato circa un ora e trenta tra varie pause introduttive e aneddoti sulla carriera di Al, con un pizzico di apparente nostalgia, filò via liscio, lasciando nell’aria un misterioso velo magico, proprio come accade nei sogni o nel vedere un bel film.

Google+
© Riproduzione Riservata

Copyright © 2004-2015 - Reg.Trib. Salerno n°1115 dal 23/09/2004 | CF: 95084570654 - P.IVA 01271180778

Magazine di informazione su Scuola, Università, Ricerca, Formazione, Lavoro
Attualità, Tendenza, Arts and Entertainment, Appunti, Web TV e Web Radio con foto, immagini e video.
Tutto quello che cercavi e devi sapere sui giovani e sulla loro vita.

Redazioni | Scrivi al direttore | Contatti | Collabora | Vuoi fare pubblicità? | Normativa interna | Norme legali e privacy | Foto | Area riservata |

Per offrirti la migliore esperienza possible questo sito utilizza cookies.
Continuando la navigazione sul sito acconsenti al loro impiego in conformità della nostra Cookie Policy