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15 novembre 2005

La morte in fondo ad una via

Stavolta, probabilmente, non risulterò granchè “popolare”, nè cercherò in alcun modo di sembrarlo: quello che è successo, nelle strade della mia c

Stavolta, probabilmente, non risulterò granchè “popolare”, nè cercherò in alcun modo di sembrarlo: quello che è successo, nelle strade della mia città, la notte di sabato 12 novembre, è qualcosa che mi ha lasciato nuovamente con l’ amaro in bocca.
La cronaca dei fatti è già stata ampiamente resa dai mass-media: sabato notte, a Roma, è morto un ragazzo di 16 anni, coinvolto in un incidente d’ auto, provocato da una folle prova di coraggio, conclusa con un assai poco eroico schianto contro un muro.
Ho ascoltato interviste e testimonianze dai vari telegiornali; ho letto stralci di articoli, più o meno motivati, che hanno ovviamente invaso le pagine dei quotidiani.
Immagino che, a seguito dell’ accaduto, particolarmente cruento (un morto e due feriti gravi, tutti al di sotto dei 18 anni), verremo assaliti da forum e talk-shows, con comode poltrone e spaziosi divani, dall’ alto dei quali pronunceranno sentenze i vari opinionisti, psicologi e naturalmente la ex-velina di turno, che ancora non riesce a trovare un seguito (…o forse un senso…) alla sua stagione di gloria mediatica.
Qualcuno ha detto che i giovani si ammazzano per l’ irresistibile voglia di provare emozioni forti; qualcun’ altro ha scritto che proprio non riescono ad accettare il senso del limite; mi è sembrato di leggere, ancora, che le gare ad alta velocità, che questi novelli James Dean ingaggiano tra loro, sarebbero dovute ad una inarrestabile necessità di mettere a rischio la propria vita.
Posso dire la mia?
Non me la prendo con genitori ed insegnanti, che non hanno forse brillato nel trasmettere ideali concreti e sani principi; non me la prendo con le istituzioni religiose, che ormai fanno acqua da tutte le parti, se non riescono più a convincerci dell’ esistenza di un qualcosa di superiore, verso cui dovremmo almeno cercare di tendere, ogni giorno che ci viene concesso.
Non me la prendo neppure con gli psicologi e con gli opinionisti di cui sopra, nè con la ex-velina (…che ne può capire, di motori, lei, che guida soltanto la sua Classe A, a marce rigorosamente automatiche…).
Me la prendo con l’ ipocrisia di chi si ostina, ogni qualvolta accade un dramma del genere, ad ostentare incredulità e stupore, come se fosse la prima volta che un povero stupido muore… ecco, mi è scappato, chiedo scusa; ma la penso così.
Sarà anche vera quella storia delle emozioni forti, del senso del limite, del gusto del proibito e di tutte le altre menate, con cui da sempre si dipingono i giovani; ma io non ci credo… o meglio, non credo che basti tutto questo, per finire contro un muro, all’ una di notte, perchè non sei riuscito a scalare in tempo la marcia.
Certo la voglia di rischiare ce l’ abbiamo avuta tutti, ed il senso del pericolo era decisamente meno sentito, quando eravamo ragazzini… ma non per questo ci siamo andati a togliere la vita in un modo così idiota, ignorando tutto ciò a cui avremmo dovuto rinunciare, morendo, e dimenticandoci di tutte le persone che avremmo ferito a sangue, con la notizia della nostra morte.
Non credo, che sabato notte sia stata soltanto la necessità del rischio a stendere un velo nero, in fondo a Via Pietro Frattini; credo che sia stata, purtroppo, tanta stupidità… stupidità ed egoismo.

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