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15 novembre 2005

La sposa cadavere: vero specchio del mondo dark di Tim Burton

Come già in Edward mani di forbice o in Big Fish, anche in questo suo ultimo capolavoro, il genio di Tim Burton si diverte a capovolgere il pensiero cCome già in Edward mani di forbice o in Big Fish, anche in questo suo ultimo capolavoro, il genio di Tim Burton si diverte a capovolgere il pensiero comune facendo di fantasmi e maschere veri concentrati di emozioni e sentimenti e contrapponendo a loro esseri umani privi di tali suggestioni. E’ questo quello che prima di tutto mi è balzato nella testa quando dei bellissimi e curatissimi (nei minimi particolari) personaggi dell’animazione hanno cominciato il loro spettacolo a tempo di pendolo. Quel ticchettio che, passeggiando tra le strade di un suggestivo paesaggio gotico-vittoriano fatto di edifici imponenti e di ombre che surclassano le luci, anticipa lo scorrere e l’interrompersi del tempo, poco prezioso per chi lo ha tra le mani, troppo breve per chi lo ha perduto. La trama del film viene ripresa dal regista da un’antica fiaba ebraico-russa. I protagonisti,Victor (Johnny Deep) lo sposo, Victoria (Emily Watson) la promessa sposa e Emily (Helena Bonham Carter) la sposa cadavere, che sono ricalcati sulle rispettive fattezze degli attori che gli danno vita fisica,per tutta la durata del film, sono intenti o forse costretti ad altalenarsi continuamente tra una dimensione razionale dell’occhio che coglie un mondo e crede alle regole del suo funzionamento ed una dimensione spirituale del vedere (sentire attraverso gli occhi) che cerca invece la dimensione nascosta dietro le apparenze delle cose del mondo stesso di ogni mondo, una ricerca quasi sempre parziale e frustrante dato che i personaggi, in almeno due occasioni, forse le più delicate e struggenti del film, sembrano comunicare solo attraverso la musica. Ed è forse questo quello che ci ha voluto far intendere Burton evidenziando enormemente di ogni soggetto gli occhi e le espressioni che ne derivano: ciò che è può essere diverso da ciò che appare e viceversa. Intriso di significato anche nei colori: il blue (che in inglese significa tristezza) domina il mondo dei vivi ma anche parte della sposa cadavere che probabilmente morendo si è portata con se quella tristezza; giù negli inferi, al contrario, i colori abbondano e rendono festoso tutto ciò che in realtà dovrebbe essere spento e per l’appunto morto. Scheletri, corpi putrefatti, animali in libera uscita ballano come in superficie nessuno osa fare. E se riescono a liberarsi di ciò che li tiene ancora legati alla terra diventano farfalle, come nel caso di Emily, che sul finale, ritrovando la sua pace si specchia nella luna e dissoltasi in farfalle vola nel cielo. Anche questo non è un caso, anche questo ha il suo bel significato: farfalla e anima in greco vengono entrambe indicate con il termine psiche.
Favolose anche le musiche di Danny Elfman che tesse, al pari dei ragni in scena, la sua bella tela di musica fatta di abbellimenti orchestrali, combinazioni armoniche screziate e inesauribili, melodie da confetto trasfigurate da un innato gusto per il dark e la malinconia decadente.
In conclusione possiamo solo aggiungere che a Burton va il merito aver lasciato a bocca aperta non solo giovani e giovanissimi ma anche adulti mai cresciuti che nell’oscurità della sala cinematografica hanno affrontato la loro paura per il buio e per i fantasmi affascinati, coccolati e divertiti dalla tenerezza, dalla dolcezza e dall’ironia dei suoi personaggi.

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