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7 novembre 2005

Oliver Twist

Dopo tre anni dallo straordinario “Il pianista”, vincitore di un meritato premio oscar, ritorna il maestro Roman Polansky con la trasposizione sul g
Dopo tre anni dallo straordinario “Il pianista”, vincitore di un meritato premio oscar, ritorna il maestro Roman Polansky con la trasposizione sul grande schermo del famoso romanzo datato 1838 del realista Charles Dickens. La toccante storia è quella di un piccolo orfano malnutrito e maltrattato, che, solo al mondo, lotta per la sopravvivenza e per la felicità sullo sfondo di una caotica, povera e disorganica inghilterra post rivoluzione industriale carente di giustizia e di servizi sociali, di diritti e di solidarietà. L’appassionante vicenda è stata spesso oggetto di attenzione da parte di registi ma l’ultimo rifacimento risaliva a “Le avventure di Oliver Twist” (1948) di David Lean. Polansky rimane fedele (forse fin troppo) al romanzo originale i cui personaggi sono: Oliver Twist (ottimamente interpretato da Barney Clark), Artful Dodger (Harry Heden), il signor Fagin (un irriconoscibile Ben Kingsley), il brutale Bill Sykes (Jamie Foreman) e la sua fidanzata Nancy (Leanne Rowe). La pellicola è sufficientemente buona, la storia si snoda senza intoppi, gli attori sono convincenti eppure questo non basta. Le ambientazioni sono monotone, a tratti asfissianti e i colori cupi, ma questo è il problema minore. Manca quasi totalmente lo stile unico e personale del maestro Polansky…e questo è il problema maggiore. Ne le scenografie di Allan Starski (Schindler’s list), nè i costumi di Anna B. Sheppard (Sahara) e, neanche la bella fotografia in vecchio stile di Pawel Edelman (Ray) riescono a riempire tale mancanza. La regia è teatrale, classica, senza fantasia nè colpi di scena, manca la “sensazione polansky” quella viscerale inquietitudine ancestrale e terrorizzante espressa attraverso l’uso sapiente dei colori e della macchina da presa che in questo LM viene annichilita dall’eccessiva attinenza al libro. Il regista ha l’arduo compito di dover rappresentare qualcosa che è già definito, deciso, scritto…come un pittore stanco che deve concludere una tela già dipinta. Dunque il tocco polanskiano è vagamente riconoscibile esclusivamente in alcuni momenti che caratterizzano la seconda parte ma che non sono sufficienti a non deludere le aspettative. Bella la storia ma troppo “scolastica” la pellicola che non riesce a reggere il confronto col capolavoro “Il pianista”.

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