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11 novembre 2005

Periferie, immigrazione e società: il caso Italiano

Nell’opinione pubblica e sulla stampa nazionale, rimane ancora aperto il dibattito su possibili escalation di violenza da parte degli immigrati in ItaNell’opinione pubblica e sulla stampa nazionale, rimane ancora aperto il dibattito su possibili escalation di violenza da parte degli immigrati in Italia. A seguito dei tragici avvenimenti che hanno infiammato le periferie francesi, numerose sono le voci che si sono sollevate. Secondo il sociologo Franco Ferrarotti, il caso italiano è profondamente differente da quello francese. Il professore, sostiene che in Italia, gli immigrati «amano il paese che li ospita». Ciò, a suo avviso, basterebbe a mitigare la possibilità di una deriva violenta da parte degli immigrati che vivono nelle nostre periferie. E prosegue. I giovani immigrati di origine maghrebina che hanno creato disordini in Francia, «sono là da tre generazioni». Se ciò può essere condiviso, almeno per il momento, il problema resta comunque aperto. Ciò che salta subito all’occhio, è che le periferie hanno tutte una cosa in comune. L’«esclusione sociale». Gli abitanti delle periferie, si sentono tagliati fuori, emarginati, considerati cittadini di seconda classe. La vita nelle città converge verso il centro, mentre le periferie rimangono nell’ombra. La differenza tra il centro e la periferia è enorme e troppo spesso sottaciuta. Passa sotto silenzio anche il fatto che è proprio nelle periferie che si concentra il maggior numero degli abitanti di una città. La periferia rimane, dunque, esclusa, e pur facendo parte della città sembra quasi che voglia essere messa da parte, come se non gli appartenesse. La situazione della maggior parte delle periferie romane, ad esempio è molto degradata. Il Laurentino 38, Tor Bella Monaca, Il Quadraro etc., sono luoghi dormitorio, città nella città, dove la gente non può girare di notte perché è troppo pericoloso. A volte anche la Polizia evita di entrarvi. Le forme di esclusione qui sono molteplici e la repressione sembra ancora oggi, l’unico rimedio causa di ulteriore risentimento, rabbia e odio, verso le istituzioni e verso una società che appare iniqua ed incapace di comprendere il «disagio generalizzato». Le periferie vengono “sfruttate” per portare energie “economiche” verso il centro urbano, ma per il resto sono misconosciute, dimenticate. Se a tali forme di degrado periferico, droga, violenza ed emarginazione, si unisce il problema dell’immigrazione extra-comunitaria il quadro è completo e si complica ulteriormente. Basato su questi presupposti, l’incontro tra cultrure diverse, diviene inevitabilmente risentimento, incomprensione e scontro. Tale disagio, quindi, non è dovuto alla sola differenza culturale, ma allo sfondo di “desertificazione culturale” sul quale viene ad innestarsi, causando derive violente ed incontrollabili. Da qui a cinquanta anni quando avremo anche Italia, una «terza generazione di immigrati», cosa potrà evitare un caso di deriva violenta e rabbiosa come quella verificatasi in Francia? Se anche i giovani italiani, si sentono spesso ricattati e non gratificati dal loro paese, che cosa penseranno coloro i quali appartengono ad un altro? Vincere l’esclusione sociale, in queste condizioni, dialogare e comunicare nel «deserto culturale» delle periferie, sembra un’impresa disperata. Come ottenere, allora, la giusta visibilità? E come attirare l’attenzione sul disagio generalizzato e l’emarginazione sociale, sulla base di questi presupposti? Ecco le fiamme, dunque, il fuoco come mezzo per essere notati, per divenire visibili. Ciò non vale certo a giustificare gli incendi delle periferie parigine. L’ordine va necessariamente ristabilito, ma ciò non è senz’altro sufficiente. Bisogna agire culturalmente, aumentare le possibilità di dialogo e di comunicazione nel degrado delle periferie urbane, nel «rispetto della diversità». E’ un’impresa ardua, si, ma è l’unica via percorribile per evitare il riproporsi di situazioni simili e il verificarsi di «nuove violenze». L’esperienza statunitense prima, e quella francese di oggi, devono insegnarci qualcosa. Non dobbiamo far finta di non vedere, con il rischio di incappare negli stessi errori. All’inadeguatezza blindata del modello australiano di «falsa integrazione»; e il generale fallimento del melting pot americano; basato sull’omogeneizzazione delle culture, fa da contrappeso un’altro modello quello del salad bowl. La così detta “insalatiera”. Anche se il termine non sembra molto edificante, questo modello tende a salvaguardare la fisionomia di ogni cultura, religione e lingua. Ma come tenere insieme tanti elementi così diversi senza cadere nel caos? Attraverso il rispetto delle regole e dei valori sanciti dalla Costituzione. Ma, come ha sostenuto anche il sociologo Franco Ferrarotti, alla luce dell’esperienza francese, sembra possibile «percorrere una terza via». Quella dell’integrazione multiculturale, non forzosa e non eurocentrica. Un’integrazione basata su un concetto di cittadinanza inclusiva ed intercomunicativa. Occorre, in poche parole, «portare il centro in periferia e favorire il raccordo della periferia con il centro». La posizione del professore, certamente condivisibile, sarà più utile e valida, solo se con questo si intende portare la cultura là dove manca. Il mondo della cultura, dal canto suo dovrà fare qualsiasi tipo sforzo per giungere capillarmente nelle periferie e tra i ceti più degradati. Ciò potrà senz’altro essere favorito dal riorientamento dei valori oggi prevalenti, che perseguono, l’individualismo, la competizione e l’arricchimento fine a se stesso, creando quel divario tra ricchi e poveri che trova nella differenza etnica e nella diversità culturale una ulteriore aggravante.

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