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15 dicembre 2005

Ciao Luigi, ciao

“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’alt“Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente 5 anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La Rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi.” Forse, neanche queste ultime parole scritte in punto di morte, hanno reso giustizia a Luigi Tenco, cantautore genovese suicidatosi (suicidatosi?) la notte tra il 26 e il 27 gennaio 1967 nella stanza 219 dell’hotel Savoy, dopo essere stato scartato al Festival di Sanremo con la canzone Ciao amore ciao. Classificato, quell’anno, al dodicesimo posto nel voto popolare, Tenco fu deluso in particolare al ripescaggio, dove gli fu preferita la canzone La Rivoluzione di Gianni Pettenati. A 38 anni di distanza da quel tragico evento, che non scosse minimamente il mondo della canzone italiana (the show must go on si sentì dire da parecchi addetti ai lavori sanremesi), il procuratore della repubblica di Sanremo, Mariano Gagliano, ha disposto la riapertura del caso e la riesumazione della salma di Tenco. Fu lo stesso Arrigo Molinari, il commissario di Polizia di Sanremo che si precipitò verso le tre del mattino del 27 gennaio 1967 nella stanza 219 dell’hotel Savoy, dove il cantautore, steso sul pavimento con una pistola, era senza vita, a sostenere che “sulla morte di Tenco e su tutto quello è accaduto nelle ore successive alla scoperta del suo cadavere non è stato ancora scritta la verità”. L’unica cosa certa, ha ribadito il procuratore Gagliano, è che l’indagine sul presunto suicidio dell’artista fu una vergogna: il corpo, ritrovato dalla cantante Dalida alle 2:10, fu rimosso alle 2:45 e portato all’obitorio; poco dopo le 3:30 venne malamente rimesso al suo posto dall’allora commissario Molinari, per consentire ai giornalisti di vedere il cadavere. E così dopo 38 anni di oblio torna alla ribalta il nome di un “uomo contro”, un poeta, mai scontato e parecchio anticonformista, passato alla storia della musica popolare italiana con canzoni del calibro di Lontano lontano, Vedrai,vedrai, Mi sono innamorato di te, Ciao amore ciao e chi più ne ha, più ne metta. Perché, allora, non ricordarsi dell’uomo-artista, autore di ballate indimenticabili, tristemente malinconiche ma profondamente legate alla vita, nel bene o nel male di ogni giorno vissuto? Perché non pubblicizzare con maggior enfasi il Premio Tenco, nato nel lontano 1974 come vetrina fondamentale per la vera musica d’autore? Perché relegare in seconda o terza serata, sulle reti Rai, il lascito culturale più importante che Luigi Tenco ha tramandato alle generazioni del futuro? Perché non rileggerlo, studiarlo, ascoltando quella voce così intensa e a tratti rotta dalla disperata voglia di vivere che lo contraddistingueva? “Chi ha ucciso quel giovane angelo che girava senza spada?”, si chiedeva Francesco De Gregari in Festival, uno dei suoi tanti piccoli capolavori, “chi ha ucciso il piccolo principe che non credeva nella morte?”. Sta a noi, quindi, non ucciderlo una seconda volta.

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