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19 dicembre 2005

Egitto: elezioni nel sangue

Pareva che il presidente della Repubblica egiziana Hoshni Mubarak avesse optato per una netta svolta democratica, dichiarando, il 26 febbraio scorso, Pareva che il presidente della Repubblica egiziana Hoshni Mubarak avesse optato per una netta svolta democratica, dichiarando, il 26 febbraio scorso, la volontà di rendere più aperta la partecipazione al processo politico, tramite un cambiamento del sistema elettorale reso possibile dall’emendamento dell’articolo 76 della Costituzione. Si preannunciava, dunque, una riforma elettorale che avrebbe finalmente portato il paese nel terzo millennio, cancellando le velleità quasi dittatoriali del capo del governo, nonchè Presidente del maggiore partito nazionale (il Partito Nazionale Democratico, PND), Mubarak, tra l’altro ormai in carica dal 1981. Ed effettivamente l’orizzonte politico pareva potersi ampliare: se prima l’elezione del Presidente della Repubblica avveniva solamente tramite un referendum in cui il popolo era chiamato ad esprimersi, attraverso una semplice manifestazione di assenso o dissenso, su un unico candidato scelto dall’Assemblea del Popolo, camera bassa del parlamento locale, adesso è il popolo stesso a scegliere tra più candidati. Eppure, come è stato evidente, questo non è bastato ad inficiare la forza di Mubarak. Egli ha infatti ottenuto, alle ultime presidenziali, tenutesi nel mese di settembre scorso, la stragrande maggioranza dei voti, reclutando a suo favore l’88,6% degli elettori, seguito da Ayman Nour, esponente di spicco del partito liberale El Ghad (il domani), con solo il 7,3% dei voti e da Noamaan Gomaa, del Nuovo Wafd, partito anch’esso portatore di un’ideologia liberale, con solo il 2,8% dei voti. Come si può intuire lo spropositato vantaggio dell’attuale Presidente, non è dovuto ad un consenso assoluto ed innato, bensì ad una serie di operazioni di propaganda elettorale del tutto antidemocratica, e ad un insieme di atti di forza coattiva nei confronti degli elettori: è stato impedito il voto a chi non avesse una tessera del PND (il partito di governo), sono stati sequestrati autobus pubblici per portare cittadini ai seggi con la forza, e molti voti sono stati resi irregolari dalla mancanza di inchiostro con cui segnare il dito di chi aveva espresso la propria preferenza. Senza contare che gli osservatori internazionali non sono stati ammessi nelle sedi elettorali.
Ma gli episodi più gravi sono stati osservati nelle recenti elezioni parlamentari, iniziate il 9 novembre e terminate, dopo tre turni, lo scorso 1 dicembre, in cui si è registrato un netto incremento dei seggi a favore del movimento illegale dei Fratelli Musulmani, i cui appartenenti hanno conquistato più di 70 posti al parlamento, presentandosi come indipendenti. I seguaci del movimento denunciano le violenze della polizia, che, indirizzata dal PND, avrebbe impedito l’accesso ad alcuni seggi in cui i Fratelli avrebbero ottenuto la maggioranza, ed è giunta persino all’utilizzo di armi per impedire che i seguaci del movimento raggiungessero le postazioni elettorali.
Sono stati così ben 6 i morti nei giorni scorsi, vittime di una democrazia solamente nominale, in cui regna una situazione quasi assolutistica, e l’opposizione al granitico regime di Mubarak ha spazi invisibili, viene ridotta al silenzio.

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