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31 dicembre 2005

EGOmania

Una collettiva d’arte contemporanea e non una compagnia d’attori, una galleria e non un teatro, ma William Shakespeare sembra tornare in scena tante vUna collettiva d’arte contemporanea e non una compagnia d’attori, una galleria e non un teatro, ma William Shakespeare sembra tornare in scena tante volte quante sono le opere in mostra. Ciascuna parrebbe infatti enunciare: Essere o non essere ? Questo è il problema. 
E chi siamo ? Quindici artisti internazionali propongono una lettura trasversale del tema dell’io – soggetto, oggetto, rifugio, trappola, inizio e fine, mania e tragedia, vita e morte. Ecco il grande teatro del sé, che si richiama al mondo filosofico e letterario, ai temi universali indagati dagli studiosi e dai letterati, di cui compaiono in mostra citazioni come squarci sul loro pensiero. Ma la rassegna vuole essere anche una presentazione del nostro io quotidiano, quasi un omaggio alle paure, alle debolezze e agli eccessi che ciascuno di noi, ognuno a suo modo, sperimenta ogni giorno. Un mondo magico e disincantato insieme, così vicino a una cultura contemporanea in cui spiccano l’ego e con esso l’individualismo, la competizione, il senso di vittoria o di sconfitta che a questo sono legati. Curata da Milovan Farronato in collaborazione con Angela Vettese, la mostra EGOmania è prodotta dalla Galleria Civica di Modena e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena. Allestita a Palazzo Santa Margherita e alla Palazzina dei Giardini a partire dal prossimo 29 gennaio, è un viaggio nel sé e una scommessa che mette in gioco anche lo spettatore – ognuno è chiamato a chiedersi: Chi sono ? e ciascuno è libero di dare, o di darsi, la sua personale risposta. Il percorso si articola per diversi linguaggi – pittura, scultura, disegno, fotografia, installazioni e video proiezioni e utilizza diversi strumenti, come acqua che spruzza, sassi lavorati dalla mano dell’uomo, alberi scavati e scortecciati, pesci dal manto dorato, luce, colori, carta. Elementi naturali e artificiali, in gran parte trasformati ad hoc e in loco dagli artisti, chiamati a sperimentare, e a sperimentarsi, direttamente in sede di mostra.

Marc Camille Chaimowicz ripropone un allestimento presentato a Londra negli anni Settanta in cui la persona si espande e si deposita in un poema epico fatto di gesti e oggetti quotidiani; lo sfondo è argenteo e ricrea un mondo diverso in cui tutto assume una valenza ipersensibile ma anche distaccata dalla realtà.

Roberto Cuoghi, artista che lavora su di sé al punto di cambiarsi in suo padre ingrassando e imbiancandosi i capelli, presenta circa 50 disegni della serie Il Coccodeista e ripete anche in questa occasione se non la stessa performance, il desiderio di offrire di sé una immagine alterata. E’ una piccola prima personale che la Galleria Civica di Modena dedica all’ormai affermato artista modenese, uno fra i più quotati del panorama contemporaneo internazionale.

Hanne Darboven, artista tedesca, esclude ogni emotività grazie a un eccesso di razionalità. Calcolo, descrizione, catalogazione, sono tutti ansiolitici potenti che la conducono a rassicurare il suo io. Protagonista dell’arte concettuale degli anni Settanta, prosegue un percorso che continua ad essere attuale: basti pensare a quanti, soprattutto fra i giovanissimi, si chiudono nel calcolo – dei videogiochi, delle chat line ecc. – elaborando un rapporto fra sé e la macchina che esclude il resto del mondo e sembra fare apparire l’altro da sé come qualcosa di dominabile.
L’opera della Darboven quindi si può considerare una sorta di annuncio – o predizione – di quanto accade oggi. Anche i dieci disegni esposti per EGOmania contengono il loro codice che può essere decifrato; ma la sua logica ha un senso solo se riportata ai processi mentali dell’artista, del tutto gratuiti e connotati dal piacere di ruminare. A noi, se lo desideriamo, il piacere di ritrovarne il bandolo.

Katharina Fritsch, artista tedesca emersa negli anni Ottanta, presenta a Modena una delle sue opere più famose, Candlesticks (1985): una svastica ottenuta con quattro strutture costituite ciascuna con due ordini di dieci candelabri, che ci restituiscono l’immagine di una croce uncinata ottenuta con delle candele. Inserisce l’elemento luttuoso come memento, come a dire: ecco quali catastrofi può comportare un eccesso di fiducia in sé stessi e la conseguente perdita di contatto con la realtà. Bianco e nero, verticale e orizzontale, sintesi massima di opposti, parlano anche dell’egomania, come assoluta incapacità di mediazione.

Tim Hawkinson presenta un autoritratto parziale (suoi sono solo i piedi) per descrivere la dilatazione della persona e il suo lato grottesco. E’ l’autoritratto di chi è stanco di sé stesso, di un isolamento dorato e noioso, di un solipsismo che distrugge tutto il resto e che ci chiude in una gabbia. L’artista ci parla dunque dei limiti della propria individualità e cerca di ironizzare sull’egomania di tutti i ritrattisti di ieri, oggi e domani.
Mike Kelley Artista poliedrico, si esprime attraverso i più svariati mezzi – dalle performances alle installazioni, dalla pittura al video, ma non mancano la fotografia, i disegni e i testi. In questo caso propone quattro video legati fra loro. Riflette sull’ipertrofia dell’io prendendo spunto dal mondo californiano in generale, da Hollywood in particolare, città delle grandi star dove l’egomania è la regola. In quest’opera riflette sul collezionismo come forma di espansione ma anche annullamento di sè. In mostra sono rappresentate infatti le collezioni di Mike Kelley, feticci divenuti opera nel momento in cui sono state acquistate da un altro collezionista/feticista.

Dongwook Lee E’ l’unico artista in mostra che presenta la figura umana, unitamente a residui organici di frutta essiccata. Le sue sono microsculture di soggetti umani dai corpi abbozzati che sembrano dire “Sei polvere e polvere tornerai”. Sono espressioni di un senso di disorientamentoma anche di un sè che può essere costruttivo e fiducioso. Per Dongwook Lee come per Naneun, l’altro artista coreano in mostra, presente con un’ottantina di disegni, vale la considerazione che ovunque arrivi una concezione occidentale dell’io, arriva anche un’idea diversa e più forte rispetto alla cultura tradizionale.

Rory Macbeth non tenta più di navigare nella laguna veneziana in una vasca da bagno, come fece nell’estate del 2005, ma continua, anche in questo caso, a voler rompere una magia per imporne una propria. Qui presenta l’installazione The Wood for the Trees. L’artista non imita la natura ma sembra sbeffegiarla. Profeta ed interprete dell’opposizione tra uomo e natura, da un lato, e dall’altro della loro compenetrazione, prende alberi, sassi e altri elementi del mondo naturale e li plasma, per offrirne una visione semplificata e cesellata dall’uomo che così ne diventa il demiurgo.

Bjørn Melhus è l’unico, fra i quindici artisti presenti in mostra, che si camuffa e che presenta il suo stesso volto. Nel video Auto Center Drive compie una reale esplorazione della personalità, si visualizza attraverso personaggi antitetici, mette in scena una galleria di identità che sono tutte interpretate dalla sua abilità camaleontica.

Liliana Moro seconda artista italiana presente in mostra, milanese, presenta cinque cani fusi in metallo che si aggrediscono l’un l’altro. Sembrano cinque diversi animali, simili ma distinti. In realtà il cane è sempre lo stesso, come fosse clonato, l’animale è una metafora dell’atteggiamento aggressivo che alcuni di noi hanno verso sé stessi quando tendiamo ad essere talmente autocritici da essere autodistruttivi. Una forma di Egocentrismo che porta a farsi del male per punirsi.
Anneè Olofsson Un io molto affezionato a se stesso quello della Oloffson, che tende a chiudersi nella sua casa, cerca gli aspetti più familiari e rassicuranti, dove accucciarsi e letteralmente rintanarsi. L’artista lavora con le carte da parati, elemento decorativo-ossessivo, come ossessioni possono diventare gli oggetti che scegliamo per la nostra casa: più la rendiamo come le volevamo, più si trasforma in un rifugio prima, in una prigione poi.

Marc Quinn Scultore di fama, molto noto in Inghilterra per la scultura che troneggia a Trafalgar Square – è riprodotta su piedestallo la celeberrima figura di un’amica dell’artista focomelica e incinta – si concentra sulla dignità, o la non dignità di una persona. L’atto di mostrarsi pienamente è un’affermazione di sé, come quello di sottoporsi allo scherno.
Le due sculture presentate in questa occasione, due enormi conigli di bronzo smembrati e fatti a pezzi, posizionati all’ingresso della mostra, sono quello che resta delle fiere che anticamente stavano a guardia dell’accesso alla casa. La bestia, tutta smangiata, si è trasformata da leone in coniglio, ed è divenuta da fiero animale una povera bestia. Primo piano sulla vulnerabilità degli egocentrici. Oltre alle due sculture lun’immagine di fiore congelato ci parla dell’antico mito di Narciso, innamorato di sé stesso, che rimirandosi affoga. I fiori, in frigo, vivono come in un limbo sospeso, fra la vita e la morte. Il fiore congelato riproduce il momento in cui non è morto, ma non è più nemmeno vivo, come se non volesse affrontare il passaggio dalla bellezza al decadimento, e congelato, sublimasse ma anche sacrificasse la propria funzione di fertilità: un’ossessione per la propia apparenza, a cui tutto siamo disposti a immolare, che nel mondo reale possiamo vedere quotidianamente.

Ugo Rondinone Come nel caso di Roberto Cuoghi la Galleria Civica di modena è una delle prime istituzioni pubbliche in Italia che dedica ad Ugo Rondinone una piccola sala personale. Avremo una foresta fuori dal tempo, in bianco e nero, una selva che non conosce la naturale e inevitabile alternanza delle stagioni, un luogo fatto per accoglierci ed essere conquistato, da cui esce un sonoro: The Heart Is a Lonely Hunter. In mostra anche due grandi cerchi con onde concentriche che rappresentano valori diversi per ogni circonferenza. La fronteggiano forme circolari come metafore di un centro su di sè che tende verso l’infinita espansione.

Markus Schinwald Due tende ingigantite, di un intenso rosso cardinalizio, con impresse scene iperboliche, sono il lavoro senza titolo di Markus Schinwald per EGOmania. La tenda è parte dell’arredo di ogni casa, retaggio iconografico di incisioni e dipinti, sipario che svela e che oscura, drappeggio che tiene in sospeso. Da una parte scene tratte dall’Inferno di Dante, dall’altra immagini pastorali: due universi opposti della stessa personalità, il suo bene e il suo male, che l’artista fa convivere come fossero poli estremi di una stessa realtà.

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