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19 dicembre 2005

Francesco Clemente: il concetto di Arte

L’Arte Contemporanea per i “non addetti ai lavori” non è di facile comprensione. Le avanguardie storiche del primo ‘900, in maniera diversa, hanno conL’Arte Contemporanea per i “non addetti ai lavori” non è di facile comprensione. Le avanguardie storiche del primo ‘900, in maniera diversa, hanno contribuito al completo stravolgimento del concetto di Arte. Ciò è dovuto sia alle mutate condizioni filosofiche e socio-economiche sia al differente concetto di Umanità, nella precarietà sempre più consapevole del nostro tempo. Quando Marcel Duchamp ha proposto la Gioconda coi baffi, lo ha fatto non certo per sfregiare un capolavoro ma per contestarne la venerazione tributata passivamente dall’opinione pubblica. Quando ha assunto come Arte un orinatoio, una ruota di bicicletta ha spostato tali oggetti da un contesto quotidiano ad uno privilegiato, quello artistico. Dall’idea di Arte si è passati a quella dell’Artista: è ora l’Artista a decretare lo status di opera d’arte.
Mentre l’Avanguardia ha ideologizzato ed intellettualizzato il concetto di specifico artistico, la Transavanguardia ( termine coniato da Achille Bonito Oliva, teorico e coordinatore del movimento) ha seguito un atteggiamento nomade di reversibilità di tutti i linguaggi del passato. Tali artisti operano con un’attenzione policentrica e disseminata, attraversando ogni contraddizione e ogni luogo comune. I fautori della Transavanguardia italiana recuperano una sensuale e libera immediatezza di immagini, proclamando la loro gioia nella pittura ed abbandonando il mito della sperimentazione a tutti i costi.
Napoletano di nascita ed americano d’adozione, Francesco Clemente (1952) è un esponente di tale movimento. Questi si considera un pittore “dilettante” ed il suo lavoro è stato definito “caleidoscopico”.
« Mi interessa un’arte che non abbia scala» , ha affermato il Nostro. Il suo nomadismo di vita esprime perfettamente il suo nomadismo di stili. In un getto continuo di immagini, di tecniche, di un vagare eccentrico ed affascinante, Clemente riesce a creare un continuo intersecarsi di riferimenti: da quello autobiografico ( nei cd. Autoritratti Mutanti) all’interesse simbolico ma anche spesso ironico e conflittuale per il corpo umano nelle sue funzioni – basti citare un’opera del 1973 “ Se i buchi del corpo sono 9 oppure 10” -, alla costante citazione al dramma arcano della vita nel suo rapporto con la storia, l’arte, la religione, la nascita, la morte. Attraverso di essi egli torna su se stesso, sull’analisi della propria psiche e del proprio corpo nei loro reciproci desideri; il tutto in una sorta di narcisismo compiaciuto eppure lucido ed ironicamente sorridente.
Il suo lavoro emblematico è la serie delle dodici grandi tele delle STAZIONI DELLA CROCE (1982), realizzata a New York, che illustra non l’esperienza del Cristo ma un affresco di vita vissuta nella cultura del simbolismo cristiano. Divenendo questi grandi olii un organismo vivente, carico di forza emotiva.
La stessa forza che sprigionano i suoi occhi. Il mio incontro con l’Artista è stato del tutto casuale. È il giorno in cui ha inizio la guerra in Iraq: 20 marzo 2003. Mi trovo al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Assecondando la mia passione per l’Arte, sono in cerca di mostre. A pianoterra dell’imponente edificio cinque grandi spazi dell’ala destra espongono una personale di Francesco Clemente. Mi colpiscono i colori: caldi, intensi, forti, urlanti, e la grandiosità delle dimensioni dei lavori. Una sorta di murales. Vi sono delle ragazze alle prese con dispositivi fotografici. Penso a delle studentesse dell’Accademia o di Architettura. No, siamo della televisione, stiamo preparando un documentario su Clemente. Quando ecco che appare un uomo in completo marrone con uno zainetto nero ben avvinghiato alle spalle, seguito da un codazzo di assistenti.
Ho visto una sua foto in una recensione del critico Bonito Oliva e quell’uomo mi sembra molto rassomigliante. Ma non può essere lui, mi dico. Invece è proprio lui! Appena arrivato da New York, rimane a Napoli per poche ore per una serie di interviste. Devo parlargli, avvicinarmi. Non ricordo bene cosa abbia detto. Mi rammento quegli occhi azzurrissimi in contrasto con un paio di grandi rubini ai lobi delle orecchie. Un sorriso dolce ed un’eleganza nei gesti e nel portamento che quasi imbarazza.
Ho il suo autografo ora appeso ed è impossibile avere qualsiasi tipo di riproduzione della sua opera. Finché è in vita. Così vuole.
Ma quello stesso blu e quello stesso rosso erano in ogni tela divorante le bianche pareti del Museo.

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