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26 dicembre 2005

Il commercio equo e solidale

Lo sapevi che il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse naturali? Che in pochi anni il valore delle materie prime come caffè, tè, Lo sapevi che il 20% della popolazione mondiale consuma l’80% delle risorse naturali? Che in pochi anni il valore delle materie prime come caffè, tè, cacao è drasticamente diminuito e costantemente sottoposto a speculazioni? Che dal nostro consumo quotidiano dipende anche la sopravvivenza delle foreste tropicali?
Molti dei prodotti che acquistiamo quotidianamente sono fabbricati nei paesi del Sud del Mondo in condizioni di ingiustizia e sfruttamento. Nelle fabbriche asiatiche, dove imprese multinazionali producono scarpe sportive e palloni per il mercato occidentale, si lavora per più di dodici ore al giorno con salari irrisori ( per adoperare un eufemismo!). Tra questi lavoratori ci sono, d’altronde, spesso bambini.
Prima di acquistare un prodotto proveniente dal Sud del Mondo dovremmo chiederci:
In quali condizioni di lavoro è stato ottenuto?
È stato utilizzato il lavoro minorile?
Che prezzo è stato pagato ai piccoli contadini?

È per cercare di dare una risposta a taluni di questi problemi che trent’anni fa è nato in Olanda il COMMERCIO EQUO E SOLIDALE, da parte di alcuni organismi animati dalla volontà di instaurare relazioni più eque tra Nord e Sud del Mondo.
Il Commercio Equo e Solidale è un approccio alternativo al commercio convenzionale: esso promuove giustizia sociale ed economica, sviluppo sostenibile, rispetto per le persone e l’ambiente attraverso il commercio, la consapevolezza dei consumatori, l’educazione, l’informazione e l’azione politica. Garantisce un compenso equo ai piccoli produttori, svantaggiati economicamente, dell’America latina, dell’Africa, dell’Asia; le organizzazioni del C.E.S. comprano direttamente i prodotti delle cooperative senza nessuna speculazione e intermediazione. È una relazione paritaria tra i soggetti coinvolti nella catena di commercializzazione: produttori, lavoratori, Botteghe del Mondo, importatori e consumatori. Il commercio convenzionale si costituisce come uno scambio di beni, servizi, capitali, il cui fine è il mero profitto. I paesi più poveri sono solo fornitori delle materie prime per i paesi ricchi, materie che non possono lavorare le industrie locali. Si è innescata una forte dipendenza economica in quanto i prezzi d’acquisto delle materie prime sono fissati in dollari dalle multinazionali e dai grandi mercati mondiali, così le povere economie locali sono esposte alle oscillazioni dei prezzi di un mercato che non controllano. Negli scambi commerciali i Paesi ricchi si vedono avvantaggiati per due ordini di ragione:
in primo luogo, perché le materie prime o le risorse agricole costano meno dei prodotti industriali, per la cui trasformazione in prodotti finiti è necessario impiegare molto tempo, personale specializzato e macchinari ad alta tecnologia;
in secondo luogo, perché nei paesi del sud è diffusa la monocoltura, cioè l’intera economia si basa su un’unica produzione agricola.
Inoltre il processo di globalizzazione, cioè l’inglobamento del mondo intero in un unico sistema economico, viene accelerato dall’adozione delle più spregiudicate regole del liberismo, con risvolti preoccupanti negli aspetti fondamentali della vita di ognuno di noi. Lo Stato viene sempre più impoverito dalle pressanti ingerenze degli operatori finanziari ed economici. L’informazione e la conoscenza vengono monopolizzate ed appiattite con una graduale perdita delle identità e delle ricchezze locali.
Un altro grave problema che affligge i Paesi del Sud è il Debito Estero. Esso ammonta a circa duemila miliardi di dollari ed interessa più della metà dei paesi del mondo. Creditori sono i governi, le banche e le istituzioni internazionali (FMI, BM). I debiti devono essere restituiti in dollari e per ottenerli i paesi debitori producono il più possibile per l’esportazione. Molti dei paesi non hanno nient’altro da vendere che prodotti agricoli. Per questo sul mercato internazionale si è creata un’offerta di prodotti agricoli tropicali superiore alle richieste. Il risultato è stato una diminuzione dei prezzi, per cui i paesi produttori hanno incassato meno di prima pur producendo di più!
I prodotti del commercio Equo e Solidale sono costituiti prevalentemente da oggetti di artigianato e da alimentari. Essi vengono venduti attraverso più di 150 Botteghe del Mondo, sparse in molte regioni italiane. Ogni prodotto è accompagnato da una scheda che descrive le condizioni economiche generali del Paese di provenienza, i metodi di lavorazione utilizzati, le caratteristiche della cooperativa produttrice, come è composto il prezzo. I guadagni servono per coprire le spese di gestione. Eventuali sovrappiù sono utilizzati per altre iniziative sociali.
L’identità e i diritti-doveri di chi pratica in Italia il commercio equo sono definiti nella “CARTA DEI CRITERI”, varata a Roma nel 1999. I cinque pilastri di siffatto rapporto commerciale sono:
1) un prezzo equo e concordato con i produttori;
2) la piena dignità del lavoro, con assenza assoluta di sfruttamento minorile;
3) il pre-finanziamento dei produttori locali, nel senso che l’importatore anticipa fino al 50% del pagamento complessivo, per far fronte alle esigenze di produzione;
4) la tutela dell’ambiente, con metodi di lavorazione naturale;
5) un’informazione trasparente sulle caratteristiche del prodotto.

Perché allora non incentivare una tipologia di commercio che valorizza le persone e il lavoro, sovvertendo così le dinamiche economiche dominanti, incentrate unicamente sul lucro? Perché non uscire da un meccanismo che ci coinvolge indipendentemente dalla nostra volontà e non poniamo noi stessi le condizioni di uno scambio?
Perché l’Uomo deve essere sempre l’artefice delle sue azioni, di qualsiasi natura, e mai un passivo ingranaggio di una catena di montaggio.

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