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1 dicembre 2005

Il Lavoro Minorile in Italia

In Italia il lavoro minorile rappresenta una realtà fortemente radicata, per di più, a detta di molti osservatori, in aumento.
Solo per citare
In Italia il lavoro minorile rappresenta una realtà fortemente radicata, per di più, a detta di molti osservatori, in aumento.
Solo per citare i dati Istat, si stima infatti in almeno 144 mila il numero dei minori coinvolti nello sfruttamento minorile (escludendo da tale calcolo i minori immigrati e i rom). Il fenomeno è presente in tutta l’area geografica del paese: nelle aree più arretrate come portato di una povertà economica e nelle aree più ricche come portato di una povertà culturale.
Questa cifra che ci colloca ben oltre la media dell’Unione Europea dell’1,5% (superati solo da Grecia e Spagna del Sud) e oltre la media del 2% dei principali paesi occidentali (dati Oil).
Inoltre l’Italia è al 2° posto in Europa per la più alta percentuale di minori che vive sotto la soglia di povertà. Il 17% di minori in Italia è povero; al Sud la percentuale arriva al 29.1%. Infine l’Inail ha riconosciuto indennizzi a più di 22 mila minori, a seguito di infortunio grave e quindi denunciato, solo nel 2002.
Nelle grandi metropoli italiane quasi un minore su cinque, fra gli 11 e i 14 anni, ha esperienze di lavoro precoce: il fenomeno interessa particolarmente il Sud, dove si registra il picco di un giovanissimo su tre al lavoro.
Uno su due svolge attività prevalentemente occasionali, circa uno su 3 stagionali, mentre un quinto è impiegato in lavori continuativi.
Si tratta, comunque, di attività che impegnano anche intensamente: tre minori su dieci sono impegnati tutti i giorni, altrettanti qualche volta a settimana, mentre oltre il 20% è impegnato in lavori per oltre 7 ore al giorno.
Si stima un universo di circa 150mila giovanissimi coinvolti dal lavoro precoce nelle grandi città, con una popolazione complessiva di minori italiani e stranieri al lavoro fra gli 11 e i 14 anni di circa 460-500mila ragazzi.
In cambio delle attività svolte il 17,2% riceve oggetti e regali, il 43,3% paghette occasionali intorno ai 100 euro, il 39,5% paghette regolari stimabili in 400 euro. I dati sono stati resi noti nella ricerca “I lavori minorili nelle grandi città italiane”, condotta da Ires Cgil, in collaborazione con l’Osservatorio sul lavoro minorile nelle scuole e sul territorio.
L’indagine è stata effettuata con 2mila interviste a minori fra gli 11 e i 14 anni, in 9 grandi città: Torino, Milano, Verona, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria e Catania.
“La drammaticità del fenomeno – sottolinea Agostino Megale, presidente Ires-Cgil – che incrocia povertà materiale e culturale, non può essere nascosta”. L’osservazione del lavoro minorile mira, infatti, non a dimostrare se e quanto questo tipo di lavoro sia buono o cattivo, ma a decifrare le dimensioni del lavoro precoce che ne fanno un’esperienza difficilmente reversibile e fortemente condizionata da un’eredità sociale.
“Tre sono le iniziative da prendere per bloccare il fenomeno – dice Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil – politiche sociali a favore delle famiglie, controllare l’area extracomunitaria e combattere la dispersione scolastica, ma l’impegno del Governo su questi temi è assente. I numeri dell’Italia non sono degni di un Paese sviluppato”.
Il 70% dei giovani collabora a un’attività familiare, oltre il 20,9% gravita nel circuito dei parenti o degli amici di famiglia, mentre il 9,1% lavora presso terzi.
Il fenomeno interessa soprattutto i maschi, infatti, solo un minore occupato su 3 è femmina.
Il 91% dei minori al lavoro precocemente sono italiani, circa il 9% stranieri, provenienti per la metà dall’Asia (con un peso molto consistente delle comunità cinesi) e per un quarto dall’Europa dell’Est, con una netta prevalenza di ragazzi provenienti dalla Romania e dall’Albania.
I giovanissimi sono impegnati prevalentemente in attività commerciali gestite dalla famiglia (il 25% nei negozi, il 12% in attività di ristorazione), mentre circa il 10% è impegnato in lavori di strada, riconducibili soprattutto alla vendita ambulante, il 12% “in giro per le case”, in genere di supporto all’attività dei papà e delle mamme, il 10% in campagna. Fra i 15 e i 17 anni, invece, il 21,2% dei ragazzi è impegnato in attività di ristorazione, l’11,5% in negozi, il 10,6% in fabbrica, il 13,3% “in giro per le case”.
Crescendo c’è un riconoscimento di attività più specifiche svolte: si passa da forme di collaborazione generiche come aiutare, sistemare, montare, smontare ad attività più definite come fare il muratore, l’operaio o lavori di artigianato. La motivazione principale è quella di aiutare il nucleo familiare, ma pesa anche la spinta della famiglia, “lavoro perché i miei genitori mi hanno detto di farlo”.
Dunque si inizia a lavorare precocemente sotto la spinta, più o meno diretta, della famiglia, mentre dopo i 14 anni si cerca di riconvertire l’istanza familiare in una motivazione personale.
La propensione delle famiglie per il lavoro precoce è associata al pensiero che sia meglio lavorare che stare in strada.
Il problema è che spesso molti genitori pensano che il lavoro sia più utile della scuola: si tratta, per lo più, di famiglie con genitori in possesso di un titolo di studio basso.
Si attua un processo di graduale disimpegno dalla scuola in favore del lavoro: il 4% dei ragazzi dichiara di aver lasciato la scuola dell’obbligo prima della licenza media per lavorare, una quota identica non si è iscritta alle superiori pur non avendo ancora 15 anni, età minima di accesso al lavoro in Italia. L’uscita dal circuito scolastico avrebbe, dunque, un peso ben superiore a quello segnalato dai dati ministeriali, che si attesta dalla fine degli anni ’90 fra lo 0,1 e lo 0,5 per cento. Molti i ragazzi (24%) che confessano assenze prima saltuarie, poi ripetute, dalla scuola per lavorare, fino alle bocciature e all’abbandono definitivo dei banchi di scuola.
“Le esperienze di lavoro prima dei 15 anni – spiega la ricerca – sembrano contribuire a orientare precocemente i minori in modo selettivo verso il lavoro a discapito del percorso formativo, dal momento che la scelta matura in una rinuncia spesso a priori alla scuola superiore”.
Nella piattaforma comune di Cgil, Cisl e Uil contro il lavoro minorile si chiede la costituzione di un osservatorio strutturale sul lavoro irregolare e minorile a livello europeo, l’adozione di codici di condotta nelle imprese italiane e dell’Unione europea per garantire il rispetto dei diritti sociali e del lavoro, il varo di un programma specifico della Commissione europea di lotta al lavoro minorile nei Paesi europei e in quelli in via di sviluppo, l’istituzione di un tavolo con il Governo per l’introduzione di “condizionalità sociali” per le imprese che accedono a incentivi, oltre a principi di trasparenza produttivi, con controlli indipendenti, per i marchi sociali.

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