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21 dicembre 2005

Indiani alla conquista del software

Il modo di fare affari del ventunesimo secolo ha una nuova parola d’ordine: “outsourcing”. Il termine indica il trasferimento di un’attività industriaIl modo di fare affari del ventunesimo secolo ha una nuova parola d’ordine: “outsourcing”. Il termine indica il trasferimento di un’attività industriale e di servizi, in paesi nei quali il costo della manodopera è inferiore, ma equivalente, a livello professionale, a quello del paese originario. Tale fenomeno può essere valutato in maniera opposta se considerato, negativamente, come forma di depauperamento progressivo dell’offerta di lavoro per il paese “abbandonato” dalle imprese, o positivamente, come nuova opportunità lavorativa per paesi in via di sviluppo, aventi gran parte della popolazione in età lavorativa, totalmente inoccupata e/o priva di una qualche forma di sostentamento. In alcuni casi poi, il ricorso a tale pratica è condizione “sine qua non” per l’impresa che voglia rimanere in un determinato settore di mercato ed evitare il fallimento. Uno dei settori più colpiti da tale fenomeno, è quello del software, notoriamente dominato dai colossi statunitensi. Temendo l’arrivo del famigerato “millenium bug”, numerose imprese americane ed internazionali decisero di assumere migliaia di programmatori indiani, con l’incarico di veri e propri “bug-busters” (acchiappa-bug), del terribile “baco” che avrebbe dovuto paralizzare i sistemi informatici di tutto il mondo. La tempesta nel classico bicchier d’acqua, ha mutato però, i consolidati equilibri del settore e la mitica Silicon Valley californiana è stata, di fatto, detronizzata dalla concorrente Bombay, che può fregiarsi ora, del titolo di “polo mondiale dell’informatica”. Giovani programmatori statunitensi si confrontano con giovani indiani che guadagnano un quinto rispetto ai “dirimpettai informatici” d’oltre Oceano. Nell’ultimo quinquennio i posti di programmatore all’estero, delle imprese americane, sono passati da 27mila ad 100mila; un programmatore su dieci delle società tecnologiche d’America, lavora in India o in un paese emergente dell’Europa orientale. La supremazia a stelle e strisce, nel settore software, è in pericolo. Molte considerazioni, a tal proposito, possono essere fatte. Mi limito semplicemente a volgere lo sguardo a monte, nel tentativo di scorgerne alcune. L’economia rappresenta una caratteristica peculiare del genere umano essendo imprescindibile dalla vita sociale, ad ogni latitudine planetaria. L’evoluzione della nostra specie però, è stata costante nella disuguaglianza, portando a disequilibri, anche economici, su scala mondiale: crescite differenti e disomogenee ad ogni livello. Ci troviamo in una fase storica in cui il genere umano deve decidere, nella sua globalità, che direzione dare al proprio futuro, eliminando campanilismi oramai anacronistici. In campo economico soprattutto, l’occidente deve fare ammenda dei propri errori storici, aprendo le porte, e la borsa, al resto del mondo e confrontandosi lealmente. Accetti e favorisca, con spirito propositivo e non distruttivo, lo sviluppo libero e consapevole di tutti i paesi della terra, professando ed imponendo, ma solo a quei governi riottosi ed illiberali, i valori genuini della democrazia, rappresentati dalla libertà di pensiero, di parola, e dai diritti inviolabili dell’uomo, come requisito essenziale per l’ingresso nel mercato globale. Insieme alla globalizzazione economica deve esserci una globalizzazione dei diritti civili. Ogni uomo deve essere dotato di tali diritti, in ogni luogo, e deve essere libero di esercitarli anche in campo economico. Non possiamo non vedere che il nostro giardino non è il più verde che ci sia, e dobbiamo svegliarci perché non è più nostro da molto tempo. Troppi sono i vicini che bussano con vigore alla porta: loro un giardino non l’ hanno mai potuto neanche sognare, non per scelta ma per nostra colpa, e adesso lo pretendono, possibilmente con gli interessi.

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