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1 dicembre 2005

La Cina che cambia è l’America d’Oriente

“La Cina che cambia è l’America d’Oriente”, ha scritto Beppe Severgnini sul “Corsera”, di ritorno da un illuminante viaggio a Pechino e a Shanghai. Or“La Cina che cambia è l’America d’Oriente”, ha scritto Beppe Severgnini sul “Corsera”, di ritorno da un illuminante viaggio a Pechino e a Shanghai. Ormai non si contano più i commenti dei maggiori analisti politici sulla crescente forza economica cha sta scaturendo da un Paese capitalista-comunista, una “formidabile dicotomia che la dice lunga sui numeri cinesi. “Questa Cina è eccitante, ma provvisoria. Il problema è che nessuno sa cosa accadrà, e quando: così tutti cercano di divertirsi, fare affari, e non pensarci”, sostiene Severgnini, consapevole del fatto che “l’Europa è una civiltà letteraria, e i numeri cinesi ci mettono fuori combattimento: il tasso di crescita (+10%), la produzione industriale (+16%), il numero di quanti ancora non ce l’hanno fatta (500 milioni vivono con due dollari al giorno), ma contano prima o poi di farcela (il 70% dei cinesi si dice ottimista)”. Tanto ottimista, però, non può dirsi l’Occidente globalizzato ed in particolar modo l’Europa. Lo si intuisce da un articolo di Giorgio Barba Navaretti che lo scorso 28 ottobre ha pubblicato, sul portale www.lavoce.info, un interessante pezzo in merito a “Questione morale e competitività della Cina”. Alla luce delle molteplici accuse di “dumping sociale” imputate agli iper-produttivi cinesi, Navaretti non sembra affatto convinto che l’innalzamento di fantomatiche barriere protezioniste possano davvero fare il bene dei già troppo sottopagati operai d’Oriente. “Purtroppo, quanto per noi è moralmente inaccettabile, in molti paesi è economicamente inevitabile. Quanto del più basso costo del lavoro cinese è attribuibile a condizioni di lavoro universalmente ingiuste (mancanza del diritto di formare un sindacato, discriminazione dei lavoratori, lavoro minorile) e quanto, piuttosto, alle caratteristiche economiche del paese, al fatto che grande povertà, una riserva infinita di braccia e una produttività più bassa inducano i lavoratori cinesi a lavorare per un salario bassissimo e in condizioni spesso precarie?”. Ed è proprio la questione del “salario bassissimo” e delle “condizioni spesso precarie” a permettere alla Cina di vendere un bene o un servizio su di un mercato estero ad un prezzo inferiore a quello di vendita del medesimo prodotto sul mercato di origine (dumping sociale, appunto). “Ha senso sanzionare un paese che non garantisce alcuni diritti fondamentali sollevando delle barriere commerciali?”, si chiede allora Navaretti. Sicuramente no, dal momento che “le condizioni di lavoro nelle imprese esportatrici sono spesso migliori di ogni alternativa disponibile”, è la sua conclusione. “Un esempio chiaro ci viene dagli Stati Uniti. Nel 1993 il senatore Tom Harkins propose una legge che vietava l’importazione di beni prodotti con lavoro minorile. La conseguenza immediata della legge fu che le imprese tessili del Bangladesh licenziarono tra 30000 e 40000 bambini”. Niente sanzioni, dunque, e più “interventi mirati”, è la proposta di Navaretti: “come ad esempio finanziare la scuola a bambini per i quali la strada è l’unica alternativa a cucire palloni”. Il lavoro al tempo della globalizzazione, dunque, non è cosa semplice, anzi: a quanto pare, non è altro che una guerra di tutti contro tutti, ognuno pronto a fagocitare quote di mercato orientale (vedi delocalizzazioni), immemori di quei 500 milioni di cinesi che vivono con due dollari al giorno. “Ricordate sempre cosa c’è dietro il costo d’un prodotto cinese del XXI secolo: condizioni di lavoro del XIX secolo”, è l’amara riflessione di Severgnini, di certo non un pensatore no-global.

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