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5 dicembre 2005

L’istruzione nell’era post-moderna: «mediocrazia» vs Università

In un breve saggio sull’«Istruzione nell’era postmoderna», contenuto nel suo ultimo libro dal titolo La società individualizzata, il noto sociologo d’In un breve saggio sull’«Istruzione nell’era postmoderna», contenuto nel suo ultimo libro dal titolo La società individualizzata, il noto sociologo d’origine polacca Zygmunt Bauman, professore Emerito all’Università di Leeds e Varsavia, riprende ed amplia, alcuni dei temi che hanno caratterizzato la sua riflessione negli ultimi trent’anni. Scrive Bauman: «Si parla di me, dunque sono». Egli usa questa frase per indicare il ruolo pervasivo dei mass-media nella società post-moderna che egli definisce «modernità liquida»; una metafora per descrivere la fase attuale della nostra modernità che suona ad epitaffio di un modo stabilizzato e rassicurante di sentirsi nel mondo. Viene allora da domandarsi, ma quale novità introduce Bauman nella sua analisi in un momento in cui la critica ai mass-media sembra essere all’ordine del giorno? Il sociologo parla di «mediocrazia» per analizzare la crisi dell’università nella formazione dell’opinione pubblica e per evidenziare la perdita di legittimazione che la caratterizza in quanto istituzione storicamente predisposta, alla elaborazione della coscienza critica della società. Secondo Bauman, infatti, l’accresciuto peso dei mass-media non va visto solo come lo svuotamento dell’agorà, ma come un processo sociale che, in nome del pluralismo, punta a rompere il monopolio dell’università nell’accesso al sapere e alla conoscenza. L’accresciuto potere dei media è, dunque, secondo il sociologo, un attacco più o meno diretto all’università. Questo processo sociale è tutt’altro che democratico – sottolinea Bauman – perché mina alle fondamenta l’autonomia dell’istituzione universitaria. Ma come reagiscono al problema i docenti, ovvero, coloro i quali sono deposti ad essere i custodi del sapere? Essi, reagiscono diventando i paladini del libero mercato, in base al quale è la legge della domanda e dell’offerta a dover indirizzare le politiche dell’educazione. Niente di più errato e suicida, scrive Bauman, che subito dopo rinvigorisce la sua autocritica domandandosi: «chi potrebbe agire» per contrastare questo fenomeno ed evitare il perpetuarsi di tale triste destino? La domanda, da quanto si può dedurre dal suo discorso, trova una risposta proprio nei docenti stessi, in quanto, intermediari tra il sapere accumulato e chi vuole accedervi. Inoltre, sarebbe proprio l’autonomia dell’università a garantire quell’«apprendimento di terzo grado», studiato a suo tempo da Gregory Bateson per designare una patologia della personalità derivante dalla dissoluzione dei legami sociali «primari» (il sesso e la classe) e ora indispensabile attitudine a reagire prontamente all’imprevisto e alla mutevolezza della «modernità liquida». Dunque se l’osservazione di Bauman sulla «mediocrazia» può certamente essere condivisibile, e contiene un potente nucleo di verità, la risposta che egli dà al problema dell’università, rimane alquanto fumosa e poco convincente. Bauman, demanda alla “categoria” dei docenti e, quindi, alla sua – che troppo spesso, ormai, è uno dei cardini dell’industria culturale – il compito di mediare tra l’una e l’altra istituzione, nell’ambito di un circolo vizioso e auto-referenziale. Questa contraddizione sembra, del resto, avallata dallo stesso Bauman, là dove sottolinea, poco più avanti, il declino degli intellettuali, spodestati dal ruolo di «sacerdoti della modernità» e ridotti a salariati dell’industria culturale. La domanda, fondamentale che, a nostro avviso, Bauman elude è, «che cosa fare» per evitare che ciò avvenga? Un maggiore accesso alla «mediocrazia», tanto criticata da Bauman, sembra oggi l’unico modo per gettare le basi di quella che potrebbe divenire secondo i canoni del beruf weberiano una «mediocrazia democratica» e, dunque, non totalitaria ed auto-escludente. Il problema non è quello che Bauman identifica nella «mediocrazia» come processo imperante, irreversibile e certamente tacitante la formazione di molte coscienze critiche, generalmente demandata all’istituzione universitaria. Il problema sembra essere inquadrabile più sotto un altro aspetto. Oggi, infatti, l’università è molto spesso solo l’altra faccia della medaglia della «mediocrazia» e dell’industria culturale. Il problema che rimane aperto è chi ha accesso a tale circuito mediocratico, secondo quali canoni e perché.

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