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5 dicembre 2005

The Jacket

Costumista e scenografo per Derek Jarman, autore di videoarte, alla sua prima prova di regia con “Love Is The Devil” (1997), John Maybury ritorna sul Costumista e scenografo per Derek Jarman, autore di videoarte, alla sua prima prova di regia con “Love Is The Devil” (1997), John Maybury ritorna sul grande schermo con “The Jacket” prodotto dalla Section Eight di Steven Sodembergh e George Clooney. La pellicola, che vede come production designer Alan MacDonalds e l’apporto di numerosi “artisti” del montaggio, si propone come un esperimento grafico-visivo. La storia è quella dell’onesto Jack Starks (un ottimo Adrien Brody, premio oscar come miglior attore protagonista per “Il pianista”) soldato che, colpito alla testa durante la prima guerra del golfo, scampa alla morte miracolosamente. Inizia a soffrire di amnesia e viene rimandato in patria, nel Vermount, sua terra natale. Ed è proprio nel Vermount, in un paesaggio solitario e innevato, che comincia il complicato snodo narrativo. Accusato ingiustamente di omicidio, Jack viene ritenuto infermo di mente e condannato a scontare la sua pena nel manicomio criminale di Alpin Groove. Quì verrà sottoposto ad una terapia d’urto dal Dr Becker, la quale prevede che, per riacquistare la memoria, il paziente debba essere drogato con forti psicofarmaci, stretto in una camicia di forza (jacket in inglese, nome da cui prende titolo il film) e rinchiuso per ore nel cassetto di un obitorio. L’uso di tale violenza porterà Jack a riuscire a vedere il futuro e, in questo modo, riscattarsi cambiando il passato (tema piuttosto banale già proposto in altre pellicole indipendenti a basso costo come “Donnie Darko” e “The Butterfly Effect”). La prima parte del film risulta sconnessa con la seconda, il film infatti è di difficile inquadratura: inizialmente la storia sembra presentarsi come una protesta contro il modo in cui la gioventù americana, dopo aver prestato servizio in guerra e rischiato la propria vita, venga dimenticata e liquidata con poche parole e fatue promesse, successivamente sfocia però in un horror-thriller dai risvolti paranormali e termina invece con un presunta love story con happy-ending. Claustrofobia, cupezza, misantropia ossessiva della storia si mescolano con un abile lavoro della regia, mirato alla sperimentazione dell’immagine. Molteplici infatti i rimandi al cinema muto e agli studi sulla manipolazione della pellicola, dove vengono incollati e sovrapposto pezzi di foglie e vari materiali per creare frammentazione. L’uso della violenza come terapia, usata e contestata dagli psichiatri americani negli anni ’70, ci ricorda, seppur mancando dello stesso vigore e forza espressiva, la tematica del celeberrimo lavoro di Stanley Kubrik “Arancia Meccanica”. L’idea del regista era quella di creare una pellicola indipendente, originale, antiholliwoodiana, dove velocità e studio estetico si mescolassero a stile, arte e violenza, Lavoro riuscito solo in parte. Buona la recitazione anche dell’emergente Keira Knightley (La Maledizione Della Prima Luna/ King Arthur).

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