• Google+
  • Commenta
13 dicembre 2005

Tra i pensieri di Natale: per oggi e per domani

“Un volto nuovo”… Era quello che chiedeva un uomo suonando il suo organetto con il capo chino; davanti a se un piedistallo a sostegno di una tela, div“Un volto nuovo”… Era quello che chiedeva un uomo suonando il suo organetto con il capo chino; davanti a se un piedistallo a sostegno di una tela, divisa in due, raffigurante in una metà il suo volto reale, un volto segnato da ustioni e sconfitte, sull’altra quel volto che avrebbe voluto, senza cicatrici se non quelle del sorriso. Sotto il piedistallo, un cestino con qualche centesimo, tutto quello che poteva essergli concesso. Il suo organetto suonava quella tristezza che vibrava nei suoi occhi e di cui i passanti di Via del Corso, nella capitale, non si accorgevano: troppo intenti a guardare le vetrine vestite a festa, troppo presi da quel consumismo che calpesta, sempre più, la povertà e che si dilaga proprio in questi periodi, ora che il Natale è vicino, ora che Cristo dovrebbe bussare ai nostri cuori e ricordarci il vero significato di un pacchetto, del donare e del ricevere, dell’offrire e del saper ringraziare. Non era l’unico barbone su quella strada ma la sua richiesta, credo, sia il giusto punto di partenza per una riflessione che oggi giorno è una realtà non affrontata ma soprattutto non compresa fino in fondo.
Oggi le persone che vivono per strada sono migliaia: uomini, donne, giovani, anziani, alcolisti, tossicodipendenti, disoccupati. Secondo i rapporti e le stime più autorevoli, calcolando anche i nomadi, gli alloggi impropri, gli immigrati con sistemazioni di fortuna, si arriva a mezzo milione di persone che vivono un forte disagio abitativo. Quelli privi di casa a tutti gli effètti sono 60-90 mila, altri 40-60 mila sono alloggiati provvisoriamente in servizi pubblici o case di accoglienza del volontariato. Persone che camminano in punta di piedi nelle città di tutto il mondo, che rimangono in silenzio limitandosi ad allungare la mano perché il suono della loro voce è troppo debole per essere udito o, a volte, solo perché la vita gli ha negato anche la possibilità di imparare le parole da usare per essere ascoltati. Centinaia di sguardi persi nel vuoto degli angoli metropolitani, che non tremano sotto i cartoni quando il freddo si fa sentire per non svegliare i nostri caldi sonni, che mangiano i nostri avanzi e si coprono del nostro superfluo, un cartone di vino per amico, buono a scaldare d’inverno e a intossicare sangue e memoria tutto l’anno. Non amano la luce, forse perché i loro corpi non fanno ombra, come i fantasmi sono attraversati dagli sguardi senza essere visti.
Ho sentito uomini passare accanto al barbone dell’organetto e dire: “Perché non va a lavorare come facciamo tutti!”. Mi è capitato di pensare la stessa cosa in passato, mi è capitato di non credere alla sofferenza altrui, mi è capitato ma ora so che non deve succedere. Certo, non è facile comprendere come può la dignità umana trascinarsi sulle strade cittadine sporca, senza una meta, senza speranza. Certo, tutti potremmo non rispettare le regole del vivere sociale aspettando che qualcuno si faccia carico delle nostre responsabilità, né è giusto giustificare atteggiamenti di falsa carità ma sono sicura che altrettanto sbagliato sia calpestare la stessa dignità umana che cerca disperatamente una opportunità, voltare le spalle a chi offre l’unica cosa che ha imparato a fare (in questo caso la musica) solo perché troppo povero, solo perché sprovvisto di una maschera che lo etichetti “sociale”. Si sta parlando di vite, di persone che hanno scelto e pagato l’illusione di essere libere, ma, ormai soprattutto, di persone malate, scacciate e schiacciate: tossicodipendenti, malati di AIDS, usciti dal carcere e dimessi dai manicomi, immigrati, disoccupati, sfrattati, senza famiglia, emarginati per cause diverse. Vite senza oggetti, legate a niente se non ad una panchina più riparata o alla gratinata di una parrocchia dove una mano amica offre una minestra e una coperta. “Barboni” per forza, senza poesia e senza giustizia. E c’è da domandarsi se, in effetti, non siamo noi i barboni, noi società civile, ordinata e produttiva, ma anche distratta e indifferente riguardo a chi non ce la fa, a chi s’è fermato, s’è perso o, meglio, è stato messo da parte perché non disturbi la vista e non turbi la coscienza. Noi che aspettiamo il Natale per ricordarci dei dolori del mondo e che trascorriamo il resto dei giorni a chiudere gli occhi, a vestirci d’indifferenza e incomprensione. Ma questi abitanti della notte e della strada, delle stazioni e delle panchine non sono fotografie da tirare fuori dal cassetto dove conserviamo gli addobbi natalizi ma sono e devono essere uno scossone al nostro intorpidito senso di giustizia, un richiamo al diritto di ciascuno di avere un posto, un nome, un’identità, una residenza; o, di più e meglio: una dignità, una speranza. Questi ribelli, questi dimissionari della convivenza, questi emarginati dalla ipocrita decenza, questi esiliati dal potere mercantile — la banale civiltà, l’angustia sociale che li nomina barboni o in altri modi uguali questi che hanno abbandonato il campo, violato la dura legge dell’avere — vengono da lontano nella storia, da oscuri medioevi di carestie e pesti, d’empietà e di violenza, vengono dalle piazze di Londra, Parigi, di Roma, di Milano, da sotto arcate di ponti, da corti dei miracoli, cortei di cenci, di cecità e di piaghe, da alberghi di carità, ghetti di decenza e sono i segni dei nostri ritardi, dei nostri fallimenti.
I cambiamenti di questo mondo, la crescita dei barboni, ci dicono però che spesso basterebbe poco a farli ritrarre dall’abisso e dal vuoto, dalla solitudine e dalla paura. Basterebbe la cura per chi è malato, l’accoglienza per chi è drogato, un’opportunità di lavoro per chi è disoccupato. Un sostegno vero, insomma, più che le buone parole o il rifugio nella scusa, statisticamente sempre meno vera, che sono loro, barboni per scelta, a non volere una casa e una vita normale. Perché se non sappiamo dare loro un po’ di giustizia, anziché una facile pietà, i veri barboni siamo noi.

Google+
© Riproduzione Riservata

Copyright © 2004-2015 - Reg.Trib. Salerno n°1115 dal 23/09/2004 | CF: 95084570654 - P.IVA 01271180778

Magazine di informazione su Scuola, Università, Ricerca, Formazione, Lavoro
Attualità, Tendenza, Arts and Entertainment, Appunti, Web TV e Web Radio con foto, immagini e video.
Tutto quello che cercavi e devi sapere sui giovani e sulla loro vita.

Redazioni | Scrivi al direttore | Contatti | Collabora | Vuoi fare pubblicità? | Normativa interna | Norme legali e privacy | Foto | Area riservata |

Per offrirti la migliore esperienza possible questo sito utilizza cookies.
Continuando la navigazione sul sito acconsenti al loro impiego in conformità della nostra Cookie Policy