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12 dicembre 2005

Verso quale riforma?

Negli ultimi tempi si è dibattuto tanto in merito alla deprecata Riforma Moratti, colpevole, a detta di molti, di voler ridimensionare per legge l’i
Negli ultimi tempi si è dibattuto tanto in merito alla deprecata Riforma Moratti, colpevole, a detta di molti, di voler ridimensionare per legge l’importante figura del ricercatore. Purtroppo, però, dinanzi alla foga dei numerosi studenti universitari, a ragione preoccupati per la sorte di migliaia di loro colleghi impegnati in progetti di ricerca ed innovazione scientifica, e non solo, non ci si è soffermati più di tanto sulla reale portata di questa fantomatica riforma. Ma si tratterà, in fin dei conti, di un concreto stravolgimento del sistema universitario italiano? A quanto pare no. Nelle scorse settimane l’economista Francesco Giavazzi, sulle colonne del Corriere della Sera, ha proposto all’eventuale prossima coalizione di maggioranza del centro-sinistra di prendere cinque impegni per i primi cento giorni di legislatura. Sapete qual è il primo? “Per migliorare la qualità delle nostre università”, scrive Giavazzi, “l’unico modo è metterle in concorrenza l’una con l’altra. Chi mette in cattedra delle capre solo perché amici del preside o del rettore deve sapere che rischia di restare senza studenti. Ma per arrivarci bisogna abolire il valore legale della laurea, come in Gran Bretagna, dove le università sono le migliori d’Europa. Il ministro Moratti si è sempre opposto. Chi ha il coraggio di impegnarsi a farlo?”. Già, chi ce l’ha questo coraggio? In Italia l’ultima riforma, quella del 1999, articolò gli studi universitari su tre cicli. Il primo costituito dai corsi di laurea triennale; il secondo dai corsi di laurea specialistica, di Specializzazione di 1° livello o eventualmente di Master universitario di 1° livello; il terzo ciclo, infine, comprendente i corsi di Dottorato di Ricerca, di Specializzazione di 2° livello o in alternativa di Master universitari di 2° livello. Principale obiettivo della famosa riforma universitaria “3+2” era quello di accelerare le carriere degli studenti e, quindi, di aumentare anche il tasso di laureati. Ma la domanda che numerose matricole si pongono ormai da diversi anni, “quanto sarà spendibile sul mercato del lavoro questa benedetta laurea triennale”, quali risposte potrà avere? A detta dell’indagine Excelsior di Unioncamere sulle previsioni di assunzioni nel settore privato, si avranno risposte non particolarmente positive. Infatti, su 650000 assunzioni previste dalle imprese per il 2005, solo l’8,8% riguarda i laureati. Ancor più ridotte le richieste della nuova laurea triennale, un sesto della domanda di laureati, contro il 34% riguardante i diplomati. Anche per questo sarebbe istruttivo prendere ad esempio altri sistemi universitari, come quello americano, dove investimenti privati e rapporto università-imprese rappresentano due grandi punti di forza della formazione accademico-professionale made in USA. E senza scandalizzarsi troppo per un’eventuale parziale privatizzazione delle università italiane, capiremmo come mai la presenza delle grandi aziende (Apple, IBM, Exxon, Chevron) nel sistema accademico americano, dovuto al forte connubio tra università ed imprese, corrisponda così spesso negli Stati Uniti ad un naturale passaggio di risorse umane dall’una all’altra.

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