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24 febbraio 2006

Il Che svenduto

Era il 1960 quando Alberto Korda, fotografo di moda nella Cuba di Fulgencio Batista e, dopo la rivoluzione, fotografo ufficiale di Fidel Castro, sca
Era il 1960 quando Alberto Korda, fotografo di moda nella Cuba di Fulgencio Batista e, dopo la rivoluzione, fotografo ufficiale di Fidel Castro, scattò la celebre foto del “Che”, all’anagrafe Ernesto Rafael Guevara de la Serna, in occasione del funerale di alcuni cubani morti nel porto dell’Avana per l’esplosione di un cargo carico di munizioni. Quel giorno Guevara, allora ministro dell’industrializzazione, salì solo per qualche attimo sul podio, osservò la folla, ma non disse una parola. Quell’immagine, sepolta per anni nella pellicola di Korda, cominciò ad essere utilizzata a fini propagandistici, dal regime castrista, solo dopo l’uccisione del “guerrillero eroico”, in Bolivia, nel 1967. Ma oggi la storia di questa foto è ancor più deprimente, trasformata com’è da un incessante processo di marketing in un semplice “brand” per vendere i più svariati beni materiali: inciso su portachiavi e orologi, borse, portafogli e magliette, lo sguardo ieratico del “Che” è stato anche utilizzato per pubblicizzare il “Cherry Guevara”, un gelato nel quale, recita lo slogan, “la forza rivoluzionaria della ciliegia (cherry, in inglese) è imprigionata fra due strati di cioccolata”. A raccontarci l’evoluzione simbolica di una delle più importanti icone del XX secolo è la mostra “Che, Revolution and Commerce”, ospitata in questi giorni a New York dal Centro Internazionale di Fotografia. “E’ la vittoria dell’economia di mercato con la sua capacità di digerire tutto, di trasformare anche i suoi peggiori nemici in una commodity, in un bene strumentale”, commenta il Washington Post che ricorda anche come Internet ospiti decine di siti ( come “Thechestore.com” e “Fidelche.com”) specializzati proprio nella vendita di oggetti col marchio guevariano. E pensare che lo stesso governo cubano non trova fuori luogo usare l’immagine del suo combattente per sponsorizzare il turismo nell’isola caraibica. Non ci resta altro da fare allora, dinanzi ad una simile deriva capitalistica, che ricordare e diffondere il vero messaggio rivoluzionario del “Che”, “La durezza di questi tempi non ci deve far perdere la tenerezza dei nostri cuori”, senza omettere nulla, nel bene e nel male, del lascito culturale del comandante Guevara: dall’enorme sete di conoscenza che lo portò nel 1951, due anni prima di laurearsi alla Scuola medica dell’Università di Buenos Aires, lungo le strade di un Sudamerica dove solo il 3% della popolazione possedeva tutta la ricchezza, all’esperienza nel “Movimento del 26 luglio” organizzato da Fidel Castro per rovesciare, nel 1959, il regime fantoccio di Fulgencio Batista; dalla nomina a responsabile del carcere di La Cabana dove, secondo Pedro Corzo, decise la fucilazione di circa 200 prigionieri, al ruolo di presidente della Banca Nazionale di Cuba e ministro dell’industria, fino alla sua ultima campagna rivoluzionaria in Bolivia, “il paese nel quale un partito comunista servo dell’Unione Sovietica lasciò solo lo stesso Guevara a coltivare il sogno di liberare tutta l’America Latina partendo dal suo cuore”, come ha scritto Gianni Minà sulle colonne de “il Manifesto”. “Non sono un libertador. I libertadores non esistono. Sono i popoli che si liberano da sé”, è l’insegnamento che un piccolo grande uomo ha lasciato ai suoi indifferenti e immemori posteri.

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