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10 marzo 2006

“Il suo nome è Tsotsi”, miglior film straniero agli Oscar

Il buonismo si riconferma l’unica costante certa degli Oscar, e l’Academy accoglie paternalisticamente i film che, per le loro tematiche, sarebber

Il buonismo si riconferma l’unica costante certa degli Oscar, e l’Academy accoglie paternalisticamente i film che, per le loro tematiche, sarebbero stati un tempo improponibili. La censura, oggi, è certamente più blanda, ma ci pensano i cineasti in lizza a rendere politicamente corretto anche il tema più scottante. Così fa Tsotsi, vincitore della statuetta nella categoria dei film stranieri. Ambientato nella parte nera della città sudafricana di Johannesburg, il film racconta il percorso di liberazione di un giovane gangster che, da spietato e violento ricattatore, quale si mostra all’inizio del film, sarà portato dagli eventi a costituirsi e abbandonare la cattiva strada.
Tsotsi è il soprannome del ragazzo, che, fino all’età di 19 anni, con la rinuncia al suo vero nome, si rifiuta di affrontare un passato doloroso, di cui fa parte una madre malata di AIDS, impotente contro un padre violento e insensibile che costringerà Tsotsi a scappare e a vivere per strada sin dalla tenera età. E’ per questo, ci suggerisce l’evoluzione della storia, che Tsotsi è capace di atti violenti, fino a quello estremo dell’omicidio. La sua anima, al contrario, è buona, e quando si troverà a dover scegliere se accudire un neonato trovato in un’auto rubata ad una donna benestante (dopo averle sparato da una distanza ravvicinata senza ucciderla), o lasciarlo morire senza neanche lasciargli la copertina, il ragazzo tornerà in contatto con essa. Da questo momento in poi, Tsotsi inizia il suo cammino verso la totale redenzione, contrapponendosi ad un suo compagno che, al contrario di lui, compie gesti violenti per malvagità e insensibilità verso le persone.
I criminali si dividono in buoni e cattivi? Così sembra: il buon cuore di Tsotsi non viene intaccato dal male compiuto, la vita cambia grazie alla scelta giusta, ossia quella di restituire infine il bambino ai legittimi genitori, e ripagare un amico e un senzatetto dei torti subiti. La vigliaccheria del film sta nel proporre allo spettatore un tema così delicato come la situazione dei neri in Sud Africa, e risolvere il conflitto grazie alla forza di volontà di un ragazzo che, nonostante la posizione svantaggiata a causa delle ingiustizie sociali, può scampare al misero destino degli emarginati.
Le note positive riguardano la buona riuscita dell’intreccio narrativo, l’ottima recitazione di attori alle prime esperienze, e una fotografia mozzafiato che ci restituisce la purezza dell’Africa primordiale con dei tramonti che si stagliano contro la sporcizia e la degradazione urbana. In Italia, ovviamente, il film è uscito doppiato, e questa volta è un vero peccato perché la parlata gergale in lingua originale avrebbe donato più freschezza al film.

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