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2 marzo 2006

La grande muraglia cinese

“Massacro a Pechino. I carri armati di Deng contro la folla inerme, una notte di sangue. L’esercito spara, cade Tienanmen”, titolò il quotidiano “la R“Massacro a Pechino. I carri armati di Deng contro la folla inerme, una notte di sangue. L’esercito spara, cade Tienanmen”, titolò il quotidiano “la Repubblica” il 4 giugno 1989, il “giorno più lungo”, come scrisse sulle colonne de “L’Espresso” l’inviato Federico Bugno. Da allora, giorno della rivolta dal basso contro l’instabilità economica e la corruzione politica dello stato cinese, non se ne sono viste più di manifestazioni popolari come quella di Piazza Tienanmen, quando furono uccisi circa 3.000 studenti a causa della repressione armata dell’Esercito di Liberazione Popolare. La protesta, in particolar modo studentesca, fu scatenata dalla morte di Hu Yaobang, vicesegretario generale del Partito Popolare Cinese, uomo dalle idee liberali e per questo obbligato alle dimissioni da parte di Deng Xiaoping, il traghettatore della Repubblica Popolare Cinese verso l’economia di mercato. In occasione dei funerali di Hu Yaobang, un vasto gruppo di studenti si recò in Piazza Tienanmen chiedendo d’incontrare Li Peng, oppositore politico di Hu; il 27 aprile circa 50.000 studenti scesero per le strade di Pechino dopo che un editoriale del “People’s Daily”, riportando un discorso di Deng Xiaoping, accusava gli studenti di complottare contro lo stato fomentando agitazioni di piazza. Il 13 maggio migliaia di manifestanti occuparono Piazza Tienanmen, cominciando uno sciopero della fame e richiedendo al governo di ritirare l’accusa riportata dal “People’s Daily”. Il 20 maggio il governo dichiarò la legge marziale e nella notte tra il 27 e il 28 fu inviato a riprendere il controllo della capitale l’Esercito di Liberazione Popolare con i carri armati. Ciò che resta nella memoria di noi lontani spettatori è l’immagine agghiacciante di un giovane studente, la cui identità è rimasta ancora incerta, che con l’esile forza del suo corpo bloccò da solo una colonna di tank dell’esercito. Oggi, se volessimo ricercare documenti in merito a quel massacro annunciato, non sarebbe difficile trovarli con i numerosi motori di ricerca che la rete Internet ci offre. E Google è uno di questi. Se solo l’azienda fondata nel 1998 da Larry Page e Sergey Brin, allora studenti dell’Università di Stanford (California), non avesse stipulato un vero e proprio “patto col diavolo” insieme ad altre aziende americane come Microsoft, Yahoo e Cisco. I suddetti quattro grandi marchi, finiti nel mirino della sottocommissione per i Diritti Umani a Washington, hanno deciso che pur di entrare in Cina per accedere a un mercato di 110 milioni di internauti (180 milioni fra due anni), valeva la pena di spegnere i propri motori di ricerca e di impedire la consultazione di siti collegati a sostantivi del tipo “Tienanmen”, “Tibet”, “Dalai Lama”, valeva la pena di contribuire alla condanna di alcuni dissidenti (Li Zhi, otto anni di carcere; Shi Tao, dieci) grazie alla delazione informatica. “Noi oscuriamo solo i siti pornografici e quelli che inneggiano al terrorismo”, ha affermato il viceresponsabile cinese dell’ufficio che vigila sul web, Liu Zhengrong: stando alle sue dichiarazioni , anche il sito della Bbc sarebbe o un sito porno o un sito terroristico! Comunque, già nel dicembre 2004 l’associazione “Reporter Senza Frontiere” aveva accusato il governo di Pechino di censurare la sezione Google News, lanciando un appello al gigante americano affinché non si sottomettesse alla volontà censoria del governo cinese. “Non è sempre stato così”, ha scritto Matteo Damiani sul portale “Cinaoggi.it”; “nel settembre 2002 Google si oppose tenacemente al governo cinese rifiutandosi di censurare i contenuti delle ricerche del suo motore…ma nel giugno 2004 però qualcosa è cambiato con l’acquisizione da parte di Google di una sostanziosa fetta di un popolare motore di ricerca cinese, chiamato “Baidu”, fortemente controllato da Pechino”. Intanto, in una Torino distratta dal clamore delle Olimpiadi invernali, “un terzetto di tibetani da podio”, come ha scritto Beppe Grillo sul suo blog di controinformazione, ha dimostrato sotto una tenda, facendo uno sciopero della fame ad oltranza, contro il genocidio della popolazione tibetana, la repressione delle libertà civili e le violazioni dei diritti umani. Per Gathong Jigme, Sonam Wangdue e Palden Gyatso, un lama tibetano di 75 anni che ha trascorso 33 anni nelle carceri cinesi, era un’occasione da non perdere.

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